Archivi del mese: luglio 2012

UN LIBRO PER AMICO

Capitalismo tossico

Crisi della competizione e modelli alternativi

I “titoli tossici”, alla base dell’esplosione della crisi economica internazionale, sono solo la punta dell’iceberg di un capitalismo malato. Andando oltre le interpretazioni prevalenti, che individuano in fattori superficiali e contingenti le cause della crisi, il libro di Bertorello e Corradi prova a riflettere sulle ragioni strutturali, proponendo una carrellata dei vari tentativi di uscita, rivelatisi inefficaci o controproducenti, messi in atto a livello globale, comprese le proposte neokeynesiane.

Consapevoli che la crisi del capitalismo non significa la sua morte, gli autori rovesciano l’idea secondo cui l’economia ha le sue leggi naturali, sottolineando la natura umana di questo sistema sociale, e quindi i soggetti che potrebbero trasformarlo, in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici. Di fronte a crisi strutturali e cicliche occorre uscire dal capitalismo ma per farlo bisogna bloccare la progressiva messa in concorrenza di settori crescenti dell’umanità, superando l’idea della propensione del genere umano alla competizione per arrivare alla de-competitività del sistema, reinventando luoghi non privati, de-mercificati.

AUTORI

Marco Bertorello lavora nel porto di Genova ed è dirigente della Filt-Cgil del capoluogo ligure. Ha pubblicato Il movimento di Solidarnosc. Dalle origini al governo del paese (Lacaita Editore, 1997), Un nuovo movimento operaio. Dal fordismo all’accumulazione flessibile (Edizioni Alegre, 2004). Collabora con la rivista Erre.

Danilo Corradi è dottorando in storia economica all’università di Roma “Sapienza” e insegnante precario di storia e filosofia nei licei. È autore di numerosi articoli sulla crisi e sulle riforme dell’istruzione per la rivista Erre. Per Edizioni Alegre ha curato il volume collettaneo Studiare con lentezza (2006).

Riccardo Bellofiore insegna Economia monetaria e Storia del pensiero economico all’Università di Bergamo. Tra le sue pubblicazioni recenti la cura del volume Da Marx a Marx? Un bilancio dei marxismi italiani del Novecento (Manifestolibri, 2007)

 

Edizione Alegre

autore/i ::

Marco Bertorello

Danilo Corradi

postfazione:

Riccardo Bellofiore

prezzo:

16.00€

pagine:

192

ISBN:

9788889772638

data uscita:

 07/2011

FONTE: ilmegafonoquotidiano.globalist,it

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DOVE SI TROVA IL BOTTINO

CRONACHE DALLA CRISI

Sono 21 mila miliardi di euro i soldi custoditi nei paradisi fiscali da meno di 100 mila persone. Quanto basterebbe per sanare la crisi finanziaria dell’intero pianeta (e far avanzare anche qualcosa)

di Luca Manes

Da www.recommon.org

L’elite globale dei super ricchi nasconderebbe nei paradisi fiscali sparsi per il Pianeta ben 21 trilioni di dollari (circa 17 trilioni di euro, cioè 17 mila miliardi). È il dato più eclatante che emerge dal libro “The Price of Offshore Revisited”, scritto dall’economista James Henry, il quale dimostra in maniera molto circostanziata e documentata come, alla fine del 2010, i capitali “nascosti” ammontassero al valore dell’economia statunitense e di quella giapponese messe insieme.

Henry, ex figura di spicco della società di consulenza McKinsey, ha realizzato il tomo per conto del Tax Justice Network, la rete internazionale che da anni si batte per l’eliminazione dei paradisi fiscali.

Sebbene alcuni esperti britannici, tra cui il consulente governativo John Whiting, siano molto scettici sulle cifre presentate nel libro, è lo stesso Henry ad avvertire che la sua è una valutazione di natura conservativa. Il “bottino”, infatti, potrebbe addirittura attestarsi sui 32 trilioni.

Per circostanziare le sue affermazioni, Henry ha impiegato dati pubblici reperibili nei documenti di Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e di numerosi governi. Sono stati presi in esame solo i flussi di denaro depositati in banche e fondi di investimenti offshore, non quelli adoperati per acquistare beni immobili o yacht.

“I super ricchi muovono i loro soldi in giro per il mondo grazie a un nutrito contingente di professionisti che operano nel settore bancario, fiscale e delle consulenze su materie giuridiche” ha dichiarato Henry alla BBC, evidenziando come la quantità di risorse sottratte alle finanze degli Stati potrebbe “fare la differenza” nella maggior parte dei casi.

Secondo l’economista, però, tutto sommato in questi tempi di crisi nera sapere che c’è una così grande quantità di denaro che potrebbe essere utilizzata per risolvere i più impellenti problemi globali non è una cattiva notizia. Il problema, aggiungiamo noi, è riuscire a mettere le mani su quelle risorse. Anche alla luce di vari vertici internazionali di peso, tra cui lo strombazzatissimo G20 di Londra del 2009, si può affermare senza timore di smentita che gli esecutivi dei principali Paesi ricchi non hanno fatto abbastanza per porre un freno al fenomeno dei paradisi fiscali.

Detto che una buona fetta di risorse occultate nelle Cayman piuttosto che a Jersey viene sottratta alle autorità fiscali delle realtà in via di sviluppo, che così trovano sempre più difficile il compito di superare il loro stato di indigenza, val la pena rammentare qualche alta cifra contenuta nel libro di Henry. Sempre alla fine del 2010, si è calcolato che i 50 principali istituti di credito mondiali avevano gestito poco più di 12 trilioni di dollari in fondi di clienti privati per investimenti in asset transfrontalieri. Le banche più attive offshore sono UBS, Credit Suisse e Goldman Sachs. Per finire, 9,8 trilioni di ricchezza preservata nei paradisi fiscali farebbero capo a un totale di meno di 100mila persone.

FONTE: ilmegafonoquotidiano.globalist.it

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QUANDO LA CALABRIA DA’ IL MEGLIO DI SE’

L’applauso dei calabresi onesti ai carabinieri del Ros

Un grande folla ha ringraziato i militari dopo l’arresto del latitante Arena a Catanzaro Lido

 

I carabinieri del Ros

I carabinieri del Ros

Una notizia di speranza da Catanzaro Lido, dalle centinaia di bagnanti che riempivano l’arenile della capitale amministrativa calabrese in una domenica estiva di sole cocente. I calabresi che avevano visto le gazzelle dei Carabinieri all’opera perché era stato individuato il covo di un pericoloso latitante della piana di Gioja Tauro, Mimmo Arena affiliato ai Pesce di Rosarno, ha atteso sotto il sole per un paio d’ore prima di vedere comparire il mafioso, che si era arreso ai carabinieri della tenenza di Catanzaro, del reparto speciale “Cacciatori” alpino e del raggruppamento operativo speciale (ROS) di Reggio e del capoluogo. 

Sono stati applausi scroscianti e ringraziamenti sentiti per gli uomini delle forze dell’ordine e insulti a cateratte dagli astanti riuniti sul lungomare catanzarese per il mafioso latitante. Domenico Arena da Rosarno, cognato di Vincenzo Pesce  del nucleo familiare cosiddetto dei “testuni” che ha sposato sua sorella Francesca, è uscito a testa bassa dall’appartamento sul lungomare della sua latitanza dorata, giusto vicino di pianerottolo della sua legale Stefania Rania, del foro di Catanzaro. 

I militari sono entrati in azione alle sei della sera, dopo mesi di appostamenti: Arena già in due occasioni era sfuggito alla cattura, e soprattutto in un procedimento precedente contro la cosca Pesce era rimasto per 10 anni uccel di bosco, in un bunker poi ritrovato nelle campagne attorno Rosarno.

Ora lo attendeva una condanna nel procedimento “All Inside” troncone in rito abbreviato, che lo vede destinato a dieci anni di detenzione. Una prima volta era sfuggito alla prima retata contro i Pesce tra Rosarno e Roma e l’Emilia, scattata il 28 aprile 2010 e denominata All Inside. In quell’occasione, però, il suo legale Rania, aveva deciso di invitarlo a costituirsi entro 48 ore, ed aveva strappato per lui una scarcerazione dal giudice indagini preliminari, per mancanza di gravi indizi di colpevolezza.

Pochi mesi dopo, il 23 novembre, erano scattate le manette per “All Inside due” della DDA reggina su indagini della pubblico ministero Alessandra Cerreti, ma Arena era sempre uccel di bosco. Dopo una settimana, la sua legale Stefania Rania, sua vicina di casa in questa ultima latitanza dorata, lo convinse a costituirsi anche in quella occasione, per poi essere scarcerato, nonostante sia pendente presso la Corte di Cassazione il ricorso presentato dalla pubblica accusa Cerreti contro lo scarceramento deciso dal Tribunale della Libertà.    

Anche dopo la sentenza di condanna della scorsa primavera, Cerreti dell’Antimafia reggina, che segue tutti i processi alle cosche rosarnesi, ne aveva chiesto il carcere cautelare; il mafioso aveva risposto tramite la sua legale catanzarese che si sarebbe reso reperibile quando fosse stabilita la verità in appello, perché riteneva ingiusta la sua condanna al processo “All Inside” abbreviato.

A Mimmo Arena la famiglia aveva delegato la gestione degli affari nel settore autotrasporti; nel decidere di affidargli queste responsabilità il cognato Vincenzo fratello del capocosca Antonino, hanno appurato gli inquirenti dalle intercettazioni degli ‘ndranghetisti, ebbe delle violente discussioni col nipote Francesco detto “u testuni” che disapprovava questa scelta.   

“U testuni”, arrestato in latitanza in un bunker tra gli uliveti della Piana lo scorso agosto, non voleva rendere conto dei suoi affari allo zio Vincenzo. Dovette intervenire dal carcere dove era recluso in 41 bis suo padre Antonino, per convincerlo ad accettare le decisioni dello zio e affidare anche le sue ditte di autotrasporti all’Arena. Il boss, intanto da domenica risiede presso la casa circondariale “San Pietro” di Reggio sullo Stretto; nelle sue orecchie, ci saranno ancora gli sberleffi dei calabresi che lo hanno umiliato alla sua uscita dal covo della latitanza. E che hanno applaudito a lungo i carabinieri dei ROS che avevano stretto il cerchio sulla sua cattura; un segnale che nella percezione dei calabresi per la criminalità, forse qualcosa sta cambiando.

 

FONTE: liberainformazione.org

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QUANDO LA CALABRIA DA’ IL PEGGIO DI SE’

  I FORESTALI:  UNA RISORSA O UNA MASSA CLIENTELARE IN CUI PESCARE VOTI?

Scontro sull’Afor, riforma a rischio

In commissione il testo passa a maggioranza. Ma per essere approvato in consiglio regionale deve prendere 2\3 dei voti

Scontro sull'Afor, riforma a rischio

Una prova muscolare della maggioranza fa saltare l’accordo bipartisan per la riforma dell’Afor (Agenzia per la forestazione regionale). La seconda commissione Bilancio e attività produttive questa mattina ha licenziato a maggioranza il testo che prevede la conversione dell’organismo sub-regionale in ente pubblico economico di tipo privatistico. L’opposizione, compatta, ha votato contro il nuovo provvedimento. Un dettaglio non da poco. Il nuovo progetto di riforma sarà presentato in Consiglio il prossimo 3 agosto, e avrà bisogno della maggioranza dei 2/3 dell’assemblea  per essere approvato. Serviranno dunque almeno i voti di una parte del centrosinistra, che ha dimostrato di non avere intenzione di dare il suo appoggio al testo varato dal centrodestra. Il rischio adesso è che la tanto annunciata riforma degli enti strumentali della Regione si areni un’altra volta, mantenendo in vita quelli che da più parti sono stati definiti come dei “carrozzoni” improduttivi e mangiasoldi.

LA NUOVA RIFORMA

Il provvedimento approvato dalla commissione presieduta da Candeloro Imbalzano prevede la conversione dei contratti dei dipendenti, che da pubblici diventeranno di natura privata. Una soluzione che ha suscitato malumori nel centrosinistra, propenso a votare la proposta di legge presentata dal vicepresidente della commissione, Rosario Mirabelli. Che è uscito dall’aula anzitempo e visibilmente contrariato. «Ho lavorato un anno a questa riforma – ha spiegato -. È stata apprezzata da tutti, anche dai componenti di maggioranza. Poi però hanno deciso di votare il loro testo. Se non hanno intenzione di cambiare le cose lo dicano, almeno non perdiamo tempo». Adesso resta da capire come il centrodestra abbia intenzione di far passare una riforma sulla quale, alla vigilia, tutti auspicavano un accordo condiviso.

LA PROPOSTA DI MIRABELLI

La riforma dell’Afor presentata da Mirabelli prevedeva invece la conversione dell’organismo in ente pubblico non economico di tipo strumentale. Un progetto grazie al quale operai e dipendenti della controllata regionale avrebbero mantenuto un contratto di natura pubblica, di certo meno oneroso di quello privatistico incluso nel progetto varato dal centrodestra. Un legge, quella redatta dal consigliere di Progetto democratico, che garantiva maggiore tutela per i lavoratori e una ristrutturazione profonda delle funzioni dell’Afor, in modo da inquadrare precisamente i campi di azione dei vertici dell’azienda e dei vari dipendenti.

CONTINUA IL CONTROLLO DELLA POLITICA

Ma oltre al rischio fallimento della nuova proposta, c’è anche la possibilità che alla fine l’Afor rimanga un ente ancora sottoposto alle ingerenze della politica. Nel caso della creazione di un nuovo ente, infatti, l’articolo 54 dello Statuto regionale prevede la nascita di un nuovo organo collegiale, nominato dal Consiglio. Insomma, non è poi tanto peregrino il pensiero diffuso secondo il quale con la nuova riforma a cambiare saranno solo i contratti dei dipendenti. Che, in base al nuovo provvedimento, dovranno essere licenziati – con quel che comporta in termini di spese aggiuntive, inerenti ad esempio alla liquidazione del tfr – per poi essere riassunti con il nuovo tipo di contrattualità. Inoltre – secondo alcuni addetti ai lavori -, non c’è copertura finanziaria per permettere una simile conversione dell’Afor, a patto che non arrivino nuovi contributi statali.

TOCCA ALL’ARSSA

La II commissione adesso tornerà a riunirsi il 31 agosto, quando sarà affrontato il progetto di riforma dell’Arssa (Agenzia regionale per i servizi di sviluppo agricolo), l’altro ente sub-regionale per il quale era previsto un accordo bipartisan. Ma, visti i presupposti, forse non c’è da sperarci.
Pietro Bellantoni

Da: http://www.corieredellacalabria.it

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LA POESIA: nutrimento per l’anima

HIKMET,  poesie d’amore

 

 

1942

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

1943

Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l’impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.

amo in te l’impossibile
ma non la disperazione.

1949

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.

 

1948

Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s’affonda nell’acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà

anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell’arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi pian piano
i tuoi occhi marroni
dove brucia una fiamma verde
anima mia.

 

 

Circolo Culturale Albatross: Nazin Hikmet


Nazin Hikmet

 

Autobiografia (1962)

Sono nato nel 1902
non sono più tornato
nella città natale
non amo i ritorni indietro
quando avevo tre anni
abitavo Alep
con mio nonno pascià
a 19 anni studiavo a Mosca
all’università comunista
a 49 ero a Mosca di nuovo
ospite del comitato centrale
del partito comunista
e dall’età di 14 anni
faccio il poeta
alcuni conoscono bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci
io conosco le separazioni
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle io delle nostalgie
ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso
ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame
e non c’è quasi pietanza
che non abbia assaggiata
quando avevo trent’anni hanno chiesto
la mia impiccagione
a 48 mi hanno proposto
per la medaglia della Pace
e me l’hanno data
a 36 ho traversato in sei mesi
i quattro metri quadrati
di cemento
della segregazione cellulare
a 59 sono volato
da Praga all’Avana
in diciotto ore
ero di guardia davanti alla bara di Lenin nel ’24
e il mausoleo che visito sono i suoi libri
hanno provato a strapparmi dal mio Partito
e non ci sono riusciti
e non sono rimasto schiacciato
sotto gl’idoli crollati
nel 51 con un giovane compagno
ho camminato verso la morte
nel 52 col cuore spaccato ho atteso la morte
per quattro mesi sdraiato sul dorso
sono stato pazzamente geloso delle donne ch’ho amato
non ho invidiato nemmeno Charlot
ho ingannato le mie donne
non ho sparlato degli amici
dietro le loro spalle
ho bevuto ma non sono stato un bevitore
ho sempre guadagnato il mio pane
col sudore della mia fronte
che felicità
mi sono vergognato per gli altri e ho mentito
ho mentito per non far pena agli altri
ma ho anche mentito
senza nessun motivo
ho viaggiato in treno in areoplano in macchina
i più non possono farlo
sono stato all’Opera
i più non ci vanno non sanno
nemmeno che cosa sia
e dal ’21 non sono entrato
in certi luoghi frequentati dai più
la moschea la sinagoga la chiesa
il tempio i maghi le fattucchiere
ma mi è capitato
di far leggere la mia sorte
nei fondi di caffè
le mie poesie sono pubblicate
in trenta o quaranta lingue
ma nella mia Turchia
nella mia lingua turca
sono proibite
il cancro non l’ho ancora avuto
non è necessario che l’abbia
non sarò primo ministro
d’altronde non ne ho voglia
anche non ho fatto la guerra
non sono sceso nei ricoveri
nel mezzo della notte
non ho camminato per le vie
sotto gli aerei in picchiata
ma verso i sessant’anni mi sono innamorato
in una parola compagni
anche se oggi a Berlino sono sul punto
di crepare di tristezza
posso dire di aver vissuto
da uomo
e quanto vivrò ancora
e quanto vedrò ancora
chi sa.

FONTE:  www.digilander.libero.it

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FORSE QUALCUNO … si riscalda

Foto: elicriso.it

FUOCO NEL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO – CHE FINE HANNO FATTO LA PREVENZIONE E IL CONTROLLO?

E’ da piu’ giorni che non si riesce a spegnere l’incendio divampato lunedi 16 luglio sul versante sud del del Parco Nazionale del Pollino.

Come associazione ambientalista ci chiediamo che fine abbiano fatto la prevenzione e le tanto pubblicizzate misure antincendi con  strumentazioni di alta tecnologia. Eppure sono un paio di anni che leggiamo sui giornali locali che la Direzione del Parco Nazionale ha avviato dei progetti per la prevenzione e il controllo degli incendi che puntualmente si verificano ogni estate. Che fine hanno fatto queste misure? Come mai ancora oggi non siamo in grado di spegnere un incendio che dura da 3 giorni?

Abbiamo la consapevolezza che l’unica risorsa su cui puntare e che ci rimane e’ il nostro territorio? Almeno quello non ancora raggiunto dalla cementificazione e dalle discariche.

E che dire poi del patrimonio paesaggistico, faunistico e floristico presente nel Parco Nazionale del Pollino? Ci e’ invidiato in tutto il mondo. Basta citare il simbolo del Parco: il Pino loricato, un fossile vivente (ricordiamo che abbiamo l’albero più vecchio d’Europa, circa 1000 anni) che popola il nostro parco e che ora vede spegnersi per sempre alcuni esemplari unici, divorati dal fuoco. Maestosi alberi che hanno superato le intemperie e la forza della natura, hanno assistito agli ultimi secoli di storia Calabrese e Lucana, ma ora, e’ arrivata la malvagità e l’ignoranza umana e, in un attimo, il fuoco ha preso il sopravvento sulla vita riducendo in cenere secoli di storia.

Chiediamo agli organi competenti di fare i dovuti accertamenti e controlli per verificare, oltre ai possibili piromani, eventuali carenze o ritardi nell’affrontare l’ennesimo agguato inferto ad uno dei più grandi polmoni verdi d’Europa.

LIPU Rende

Da: difendiamolacalbria.org

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NON CI DICONO LA VERITA’

Foto:www.magzine.it

FURTO D’INFORMAZIONE

 

 

La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia.

Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate, non soltanto dalle forze politiche che le condividono (e ciò è comprensibile), ma anche dai maggiori mezzi d’informazione (ivi compreso il servizio pubblico), come comportamenti obbligati (“non-scelte”), immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare.

 Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori.

Così, una teoria controversa, da molti ritenuta corresponsabile della crisi (perché concausa degli eccessi speculativi e degli squilibri strutturali nella divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione della ricchezza sociale), è assunta e presentata come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica.

Non possiamo sottacere che, a nostro giudizio, a rendere particolarmente grave tale stato di cose è il fatto che la sottrazione di informazione che riteniamo necessario denunciare coinvolge l’operato delle stesse più alte cariche dello Stato, alle quali la Costituzione attribuisce precise funzioni di garanzia e vincoli d’imparzialità. Tutto ciò costituisce ai nostri occhi un attacco alla democrazia repubblicana di inaudita gravità, che ai pesantissimi effetti materiali della crisi e di una sua gestione politica volta a determinare una redistribuzione del potere e della ricchezza a beneficio della speculazione finanziaria e dei ceti più abbienti assomma un furto di informazione e di conoscenza gravido di devastanti conseguenze per la democrazia.

 di Alberto Burgio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi, Valentino Parlato

FONTE:  il manifesto (24 luglio 2012)

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RISORGIMENTO TRADITO: campi di concentramento per MERIDIONALI

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UNA CANZONE PER AMICA

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SE UN’AZIENDA IN CRISI RIFIUTA UNA COMMESSA MILITARE

MALGRADO LA CRISI

QUALCUNO RITIENE

I VALORI DELLA VITA

PIU’ IMPORTANTI DEL PROFITTO

I lavoratori della Morellato, società in provincia di Pisa che si occupa di impiantistica rinnovabile,

 sono in cassa integrazione. Quando una società del gruppo Finmeccanica propone una commessa, l’azienda si confronta al proprio interno e con la rete dell’economia solidale di Pisa. E alla fine rifiuta, in nome dell’etica

di redazione – 13 luglio 2012

 

Sembra una storia di altri tempi, ma accade nell’Italia della crisi sociale e del realismo economico. Si svolge a Pisa, in quella Toscana che nonostante uno “standing” progressista subisce pesantemente gli effetti di un’economia che non tira e del lavoro che manca. E niente più dei numeri rende l’idea del dramma quotidiano di migliaia di persone: dal maggio 2009 al giugno 2012 sono state autorizzate dalla Regione 35.605 richieste di cassa integrazione in deroga, poco meno di diecimila aziende coinvolte, oltre 55mila lavoratori interessati e quasi 63 milioni di ore, per un costo di oltre 616 milioni di euro. Sono i dati snocciolati dall’assessore regionale al lavoro Gianfranco Simoncini e che danno un’idea statistica del problema, che riesce solo parzialmente a rendere giustizia di una situazione insostenibile.

 

In questo scenario rimangono sotto la scure della crisi piccole e piccolissime imprese, spina dorsale dell’imprenditoria italiana, tra cui la Morellato Energiae la Morellato Termotecnica di Ghezzano (Pisa), entrambe guidate da Valerio Morellato, un giovane ingegnere poco più che trentenne con un’attenzione particolare alla sostenibilità e all’etica in economia. Al punto da far aderire le sue aziende al Patto del Distretto di Economia Solidale AltroTirreno che, nel comprensorio di Pisa, vuole sostenere la cooperazione tra soggetti economici “virtuosi” ed eticamente orientati. La crisi economica da una parte, la difficoltà nel reperire credito e il clima di incertezza che si è creato attorno agli incentivi al fotovoltaico (dopo il quarto e quinto conto energia, approvati nel corso di un anno e che ridimensionano, seppur confermandoli, gli incentivi al settore) hanno imposto alle due aziende di fare ricorso alla cassa integrazione nella speranza di riuscire a superare l’empasse.

 

E’ in questo momento difficile che arriva una commessa particolare. La WAAS, Whitehead Alenia Sistemi Subacquei, è azienda del gruppoFinmeccanica, che la presenta come “leader a livello mondiale nel settore dei Sistemi Subacquei”, produce siluri, come viene chiarito dal sito internet dove si ricorda come “più di 100 siluri sono in fase di produzione e di consegna per varie importanti Marine distribuite in tre diversi continenti”.
Contatta la Morellato Termotecnica (la ditta del gruppo che si occupa di idraulica, climatizzazione e solare termico), chiede un sopralluogo ed un preventivo per una serie di lavori tra cui un sistema di refrigerazione per una vasca piuttosto capiente che sarebbe usata per ricerca militare. Una commessa da 30mila euro, un terzo dei quali come margine netto, e che si sarebbe svolta in poco più di una settimana di lavoro. Ossigeno per le casse dell’azienda, basterebbe pensare che la cifra corrisponde a quello che si potrebbe ottenere con l’installazione di 38 climatizzatori o di 12 impianti di solare termico. Ma un evidente compromesso con l’etica aziendale: sostenere o non sostenere anche implicitamente la ricerca militare?

 

La discussione interna si apre. Alcuni lavoratori non sono d’accordo nel procedere, altri si trovano schiacciati dalla necessità di trovare commesse, lo stesso titolare esprime dubbi e si confronta con le diverse posizioni in campo. Parallelamente si apre un confronto con OdES, l’Officina dell’Economia Solidale di Pisa, il soggetto che facilita il processo di sviluppo del Distretto di Economia Solidale del comprensorio. E, lunedì scorso, il rifiuto: una breve email ma cortese, spiega che pur essendo “consapevoli che il nostro contributo alla realizzazione della struttura militare sarebbe stato marginale e certamente ci sarà un’altra azienda che ci sostituirà, […] non ce la sentiamo di mettere le nostre competenze al servizio di un’opera che potrà sviluppare tecnologia bellica […]”.

 

Un “no grazie” chiaro e motivato, nonostante una crisi economica non risolta ed una sostenibilità aziendale ancora non trovata. Un passo importante, ma c’è ancora molto da fare, come dice Valerio Morellato nella sua lettera inviata ad OdES, sulla “necessità di dare risposte all’interno dell’azienda a chi, tra i lavoratori, potrebbe non capire; l’importanza di approfondire forme di solidarietà e collaborazione all’interno del Patto del Distretto di Economia Solidale; il ruolo positivo che ha giocato e che potrebbe giocare l’economia solidale nell’aiutare le persone (prima che le aziende) a non rimanere compressi tra necessità e coerenza”.

 

Tra OdES e le aziende del gruppo Morellato inizierà forse un percorso più strutturato. Comunicazioni comuni su temi scelti, promozioni coordinate, una riflessione condivisa su come procedere. E’ un primo passo che però apre tante prospettive e molte domande: in che modo l’economia solidale italiana potrà essere protagonista delle strategie sostenibili di uscita dalla crisi? La risposta non c’è ancora, ma l’esempio della Morellato Termotecnica ci mostra come, davanti a percorsi chiari e ad un’economia solidale non autoreferenziale, sia possibile far emergere il meglio che c’è tra i piccoli imprenditori italiani.

 Da: http://www.altreconomia.it

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