Archivi del mese: agosto 2012

UN GRANDE: Erich Fromm. Qualche idea

 

AVERE O ESSERE

 

Foto: scrittoriprecar.wordpress.com

 

 

Nella società dominata dal denaro e dal consumo, l’uomo concepisce se stesso come una cosa in vendita.

 

Nella società capitalista il consumo diventa fine a se stesso, fa nascere nuovi bisogni e costringe all’acquisto di nuove cose, si perde di vista l’uso delle cose e l’uomo è schiavo del possesso.

Si può uscire dall’alienazione solo costituendo un tipo di società organizzata secondo il ” socialismo comunitario ” con la partecipazione di tutti i lavoratori alla gestione del mondo del lavoro.

Il socialismo comunitario prospettato da Fromm è vicino alle posizioni dei socialisti utopistici ed è influenzato dal sindacalismo e dal socialismo corporativista. In “Avere o Essere” Fromm propone all’uomo contemporaneo la scelta netta tra due categorie, due progetti di uomo: o quello dell’avere, dominante nella società capitalistica dei consumi, o quello dell’essere, della realizzazione dei bisogni più profondi dell’uomo.

L’analisi di Fromm individua due modi di determinarsi dell’esistenza dell’uomo nella società:

–            avere,     modello tipico della società industrializzata, costruita sulla proprietà privata e sul profitto che porta all’identificazione dell’esistenza umana con la categoria dell’avere, del possesso. Io sono le cose che possiedo, se non possiedo nulla la mia esistenza viene negata. In tale condizione l’uomo possiede le cose ma è vera anche la situazione inversa e cioè le cose possiedono l’uomo. L’identità personale, l’equilibrio mentale si fonda sull’ avere le cose.

–          essere        è l’altro modo di concepire l’esistenza dell’uomo ed ha come presupposto la libertà e l’autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all’arricchimento della propria interiorità. L’uomo che si riconosce nel modello esistenziale dell’essere non è più alienato, è protagonista della propria vita e stabilisce rapporti di pace e di solidarietà con gli altri.

Fromm ritiene necessario attuare una nuova società, fondata sull’essere, liberata dalla categoria dell’avere , che garantisca, a livello politico e nell’ambito del lavoro, la partecipazione democratica di tutti gli uomini

Fonte: filosofico.net

 

 

 

 

foto:allegramanontroppo.blogfree.net

AVERE

ESSERE

avidita’, incorporazione di cose o simboli, possesso, dominio, proprieta’ acquisitiva

non-avere (rinuncia a cose, potere, dominio, perfezione personale, al proprio io), “vuoti e poveri” (pag.121), proprieta’ funzionale

autorita’ irrazionale (avere autorita’) basata sul potere (permanente)

autorita’ funzionale (essere un’autorita’, pag.59) fondata sulla competenza e revocabile

alienazione dell’autorita’ (nel titolo, rango, uniforme, pag.62)

assenza di legami con cio’ che abbiamo (il nostro io, i possessi, Dio, pag.91)

conoscenza come certezza della verita’, avere piu’ conoscenza, conservazione (di idee, ecc., pag.49), conoscenza possessiva (avere conoscenza), illusioni

conoscenza come processo di autoaffermazione della ragione umana, conoscere piu’ profondamente,ignoranza come parte del processo del conoscere (pag.64), dimenticare di sapere (pag.90), de-lusione (pag.63)

connessioni logiche e meccaniche dei concetti, ricordi scritti (pag.54)

creativita’, coinvolgimento, connessioni emozionali dei concetti, dialogo

piacere accompagnato da delusione (pag.156), consumo, tossicomanie (pag.46)

gioia come processo del divenire (attivita’, movimento, esperienza, mutamento, pag.158)

amore come oggetto, cosa (avere persone), gelosia, principio patricentrico (amore condizionato, giustizia)

atto di amare, attivita’ produttiva (pag.71), principio matricentrico (amore incondizionato, misericordia e compassione)

affermazione della propria superiorita’ sugli altri (conquistare, depredare, p.112), individualismo come ricerca del successo personale (p.100), competizione, antagonismo, paura

dare e condividere, individualismo come liberazione da catene sociali

moderna domenica come fuga da se stessi (pag.77), attivita’ alienata (pag.122), essere indaffarati (pag.93)

sabato ebraico come giorno di armonia (con se stessi, con gli altri esseri umani e la natura), attivita’ produttiva (pag.123)

neopaganesimo, idolatria, peccato (pag.165), fede come sottomissione ad un’autorita’, eroe pagano, religione industriale (pag.192)

martire cristiano (pag.186), fede come atteggiamento intimo, certezza fondata sulla mia esperienza,umanesimo

immutabilita’ del soggetto e permanenza dell’oggetto (pag.107), rapporto di morte (soggetto ed oggetto sono cose, pag.108)

esperienze non descrivibili a parole (pag.120), rapporto di vita (processo vivente tra soggetto ed oggetto)

ansia e insicurezza di perdere cio’ che si ha (pag.147), paura di morire (pag.168)

fede in noi stessi e nelle nostre capacita’ creative

“io sono cio’ che ho” (pag.150), avidita’, bramosia, ingordigia, cupidigia

godimento condiviso, compartecipazione (pag.153)

pace come tregua

pace come armonia (pag.151)

tempo passato (ricordo) e futuro; sottomissione al tempo, che diviene nostro dominatore (pag.170)

qui ed ora, atemporalita’, eternita’ (l’atto creativo trascende il tempo, pag.169); rispetto del tempo e dei suoi cicli

 

 

foto: blog.alfemminile.com

L’Autore distingue due forme di essere, una contrapposta all’avere, l’altra all’apparire (pag.43), e distingue l’avere esistenziale (beni necessari per soddisfare bisogni) dall’avere caratteriologico, che e’ socialmente determinato ed in conflitto con l’essere (pag.117).
Il possesso e’ un momento transitorio del processo vitale (pag.107), nella storia umana la proprieta’ privata costituisce un’eccezione e non la regola; Fromm elenca altre forme di proprieta’: autoprodotta, personale o funzionale, limitata, comune (pag.98). La stragrande maggioranza e’ esclusa dalla proprieta’ dei mezzi di produzione (capitali e impianti), molto piu’ diffusa storicamente e’ invece la proprieta’ patriarcale, che e’ una proprieta’ non su cose ma su esseri viventi (moglie, figli, animali, pag.99).

Fonte:  digilander.libero.it

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LA LEZIONE DI MARIO

Foto: fotocommunity.it

Viviamo in un tempo in cui per “esistere” bisogna fare “rumore”.

 

Si pensa che più si fa “rumore” più si fanno progressi nella considerazione della gente e nella scala sociale.

 

Molti sono annebbiati da questa illusione.

 

 

MARIO TADDIO

 

ci ha insegnato che non è così.

Lui, uomo mite, è vissuto in modo schivo e riservato. Non si metteva in mostra, non frequentava potenti, “non urlava”.

 

Eppure la bellezza della sua anima, il suo cuore generoso, la sua umanità hanno conquistato tutti.

 

Ed è stato bello vedere al suo funerale tanta gente.

 

Il Centro Sociale

lo ricorda con grande affetto

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IN RICORDO DI MARIO

Foto: gliamicidibab,wordpress.com

IERI

è morto

MARIO TADDIO,

un uomo buono.

 

 

 

Il Centro Sociale

lo ricorda con affetto

ORSOMARSO, 26 agosto 2012

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CAMMINATA A SERRA DELLE CIAVOLE- foto

CENTRO SOCIALE

ORSOMARSO

Da alcuni anni organizziamo le “camminate nel Parco” con lo scopo di far conoscere ed amare le nostre montagne.

La Natura poi, con le sue meraviglie, provvede ad offrire ai partecipanti momenti di tenerezza e di pace.

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ANCHE R. KENNEDY NEL 1968 DICEVA CHE…

Quarant’anni fa, Robert Kennedy tenne un discorso sulla reale ricchezza delle Nazioni e sul PIL.

Tre mesi dopo fu assassinato.
Cos’è il PIL, il Prodotto Interno Lordo? Il misuratore della crescita della società? La trasformazione in denaro, un concetto astratto, della nostra salute, del nostro tempo, dell’ambiente? Nessuno ha mai calcolato il COSTO del PIL. I danni dei capannoni vuoti, delle merci inutili, dei camion che girano vuoti come insetti impazziti, della distruzione del pianeta. Nessuno ha mai stimato il valore del tempo perduto per le code, per gli anni sprecati a lavorare per produrre oggetti inutili. Per gli anni buttati per comprare oggetti inutili creati dalla pubblicità.

Il tempo, la Terra, la vita, la famiglia (gli unici importanti) sono concetti troppo semplici per il PIL. Un mostro che divora il mondo. Lo mangia e lo accumula. Lo digerisce e lo trasforma in nulla. L’equazione PIL = ricchezza è un incantesimo. I prodotti inutili non diventano utili perché qualcuno li compra.

 

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto,
l’ultimo fiume avvelenato,
l’ultimo pesce pescato,
vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.
La nostra terra vale più del vostro denaro.
E durerà per sempre.
Non verrà distrutta neppure dalle fiamme del fuoco.
Finchè il sole splenderà e l’acqua scorrerà,
darà vita a uomini e animali.
Non si può vendere la vita degli uomini e degli animali;
è stato il Grande Spirito a porre qui la terra
e non possiamo venderla
perchè non ci appartiene.
Potete contare il vostro denaro
e potete bruciarlo nel tempo in cui un bisonte piega la testa,
ma soltanto il Grande Spirito sa contare i granelli di sabbia
e i fili d’erba della nostra terra.
Come dono per voi vi diamo tutto quello che abbiamo
e che potete portare con voi,
ma la terra mai.
Piede di Corvo, Piedineri

 

Fonte:  YouTube

 

 

 

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E’ GIUNTO IL TEMPO DI …

Foto: it.wikipedia.org

La decrescita felice secondo Serge Latouche

Secondo alcuni è l’unica strada a

disposizione dell’umanità per salvare il pianeta e sé stessa. Crescita e sviluppo non sono la stessa cosa.

di Andrea Di Turi

Siamo immersi fin dalla nascita in un contesto ideologico che spinge continuamente verso la crescita come se fosse l’unico obiettivo possibile e desiderabile che possiamo porci. Perciò dobbiamo compiere un grande sforzo cognitivo per accettare che la decrescita possa essere un concetto con valenza positiva. Figuriamoci quanto è difficile accostarla al concetto di felicità. Eppure c’è chi teorizza da anni, ben prima della crisi, che la decrescita felice è l’unica strada a disposizione dell’umanità per salvare il pianeta e, quindi, sé stessa: Serge Latouche. Crescita e sviluppo pari non son –

Intellettuale francese, economista e filosofo, Latouche è stato non il primo ma senz’altro uno dei più noti e assidui divulgatori delle teorie della decrescita. Per comprendere quali sono i pilastri alla base delle teorie delle decrescita di Latouche occorre innanzitutto riconoscere la distinzione tra crescita e sviluppo, spesso utilizzati come sinonimi. La crescita ha a che fare con una dimensione quantitativa, misurabile e quasi sempre legata all’aspetto economico, per cui per crescita si intende quasi esclusivamente la crescita di una quantità economica misurabile, ad esempio il Pil. Lo sviluppo, invece, attiene alla dimensione qualitativa, cioè a ciò che permette di togliere i “viluppi” che impediscono un miglioramento qualitativo. Che non necessariamente si identifica con quello qualitativo.

Tale distinzione è stata ben chiarita da quello che in letteratura è conosciuto come il paradosso di Easterlin: al di là di una certa soglia, l’aumento del reddito per una persona umana non contribuisce più all’aumento, evidentemente qualitativo, della sua felicità. Può, anzi, addirittura ridurlo. Per questo motivo Latouche considera contraddittorie espressioni come crescita sostenibile, o anche sviluppo sostenibile, dato che erroneamente i due termini sono utilizzati come sinonimi: una crescita infinita, dato un contesto (il pianeta) in cui le risorse sono finite, non può darsi. Dunque è illusorio e dannoso porla come obiettivo.

Foto: the-social-mirror.com

La qualità dello sviluppo nelle “otto R” – Qual è, allora, l’obiettivo da porsi? Non una crescita negativa, come molti detrattori delle teorie di Latouche affermano. Ma la decrescita, appunto, che Latouche ha esposto in numerosi volumi, come il celebre Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri) o l’ultimo Come si esce dalla società dei consumi (Bollati Boringhieri): un concetto di sviluppo liberato da quello di crescita, qualitativo e non quantitativo, olistico e non schiacciato unicamente sulla dimensione quantitativa economicamente misurabile.

La decrescita si articola in un insieme di principi e strategie, a cui ispirare sia i comportamenti concreti individuali, e in particolare quelli di acquisto e di consumo, sia quelli collettivi e del sistema economico-produttivo nel suo complesso. Vengono di solito riassunti, in modo schematico ma ugualmente efficace, nelle cosiddette “otto R”: ridurre, riutilizzare, riciclare, che sono le più famose e immediatamente comprensibili; ma anche rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare.

Il significato delle “otto R” – Tradotte, queste “R” significano ad esempio contrastare la delocalizzazione guidata da considerazioni esclusivamente economiche legate al vantaggio competitivo (il costo inferiore dei fattori di produzione, in particolare del lavoro) e recuperare la dimensione locale della produzione (filiere locali o “corte”, finanziamenti alle imprese locali) e del consumo (consumo “a Km 0”, G.a.s.-Gruppi di acquisto solidale). Significano ripensare i processi e i prodotti limitando al massimo il consumo di materie prime, di energia, di suolo e territorio, insomma delle risorse naturali. E progettando beni che possano durare nel tempo, che non siano programmati per un’obsolescenza rapida a servizio del consumo, e il cui intero ciclo di vita, dalla progettazione allo smaltimento, al riciclo e riuso, sia pensato nell’ottica della sostenibilità. Significa recuperare l’esistente, valorizzando ciò che c’è e non idealizzando ciò che è nuovo solo perché è nuovo. Significa puntare su beni diversi, nuovi, cioè i beni relazionali, e non esclusivamente sui beni materiali. Significa ridare valore alla sobrietà e alla qualità nell’utilizzo dei beni, non al possesso e all’accumulo, rifiutando il concetto di consumo e recuperare, appunto, quello di utilizzo.

La vera sfida: un altro sviluppo è possibile – Informando i comportamenti individuali e collettivi a questi principi, è possibile per Latouche uscire dalle maglie ormai troppo strette di un modello, quello della crescita indefinita, della produzione e del consumo condannati all’incremento continuo, che ha ormai mostrato oltre ogni ragionevole dubbio la sua drammatica in-sostenibilità. E che rischia di pregiudicare la sopravvivenza stessa del pianeta. Ma la vera grande battaglia su cui Latouche è impegnato è quella della costruzione di una conoscenza condivisa di un modello di società alternativo a quello attuale, portato alle estreme e nefaste conseguenze dal neoliberismo: una logica nuova, una visione nuova del mondo che consenta di uscire dalla schiavitù della crescita, di detronizzare la dimensione economica, di rifiutare il consumismo come affermazione di sé e di iniziare un cammino di autentico progresso. Alla ricerca della felicità.

Andrea Di Turi

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C’E’ IL TRUCCO, ma è scritto in piccolo

4.81.82 Patatina o farfallina?

 Basta con gli spot ingannevoli in tv

di Giovanna Cosenza |

 Da luglio le reti Mediaset trasmettono spot che invitano i telespettatori a rispondere ad alcune domande molto facili, facendo loro credere di partecipare solo a un’estrazione, ma in realtà abbonandoli a un servizio che ha un costo mensile. Negli spot alcuni testimonial (fra cui Marco Predolin) invitano i telespettatori a partecipare a un’estrazione che mette in palio un iPad, un iPhone e 500 euro di ricarica. Per aderire basta mandare un SMS al 4.81.82 con la risposta a una domanda molto semplice. Esempio: «Chi è il miglior amico dell’uomo? Il cane o il gatto?».

Il problema è che la facilità della domanda spinge i telespettatori “più ingenui” a partecipare senza capire esattamente a cosa vanno incontro, perché le condizioni del servizio sono scritte molto in piccolo su un lato dello schermo. Cosa c’è scritto? Che mandando l’SMS non si partecipa solo all’estrazione, ma si attiva in automatico un abbonamento per ricevere suonerie e sfondi per il cellulare al prezzo di 24 euro al mese. Lo spot è chiaramente ingannevole, perché non importa che le informazioni sui costi ci siano: in comunicazione conta soprattutto quanto e come si indirizza l’attenzione, e in questo caso la sproporzione dei caratteri e il fatto che i quiz siano letti dai testimonial giocano pesantemente a non far notare i costi. Infatti molti sono già caduti in trappola: ragazzini, disabili, anziani, persone che sono semplicemente distratte hanno dovuto sborsare almeno 24 euro prima di capire, con fatica e vergogna, come disdire l’abbonamento.

Non è la prima volta che spot del genere sono trasmessi in tv, ma fermarli si può: per legge la pubblicità ingannevole o scorretta (vedi la definizione di «ingannevole» e «scorretta») va segnalata all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcom), detta Antitrust, che può imporre la sospensione degli spot e comminare all’azienda responsabile una multa fino a 500.000 euro. Purtroppo, 500.000 euro per molte aziende non sono nulla a fronte dei guadagni che una pubblicità ingannevole può portare. Per questo non mi sono limitata a segnalare gli spot all’Antitrust compilando questo modulo (cosa che invito tutti a fare), ma ho aperto una petizione su Change.org, un’organizzazione che dai primi di luglio è anche in Italia. La petizione è rivolta all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcom), a cui chiediamo non solo di ordinare l’immediato ritiro di questi spot e multare la società responsabile, ma di vigilare perché in futuro spot del genere non possano più andare in onda. Più siamo, più probabilità ci sono che la vigilanza contro la pubblicità ingannevole – dell’Antitrust e di tutti – sia più forte e costante in futuro.

Perciò firma anche tu!

Agcom: stop agli spot ingannevoli in televisione

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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PENSIONATI, OPERAI E MERIDIONALI … SEMPRE LORO. O no?

Foto: freedomlibertàdiparola.blogspot.com

Italia prima per evasione fiscale in Europa:

340 miliardi non dichiarati

Si evade di più al Nord e nel settore industriale.

Economia mafiosa a parte, il fisco viene evaso soprattutto grazie al lavoro nero.

E l’economia sommersa italiana vale il doppio di quella tedesca e francese

di Carlo Sala

Sanzionati anche sul piano lessicale, da un Mario Monti che vuole revocare la patente loro assegnata di “furbi”, gli evasori fiscali italiani si sono visti assegnare di recente una sorta di (platonica) medaglia d’oro da Krls Network of Business Ethics (organizzazione che raggruppa professionisti ispirati al fondatore dei Gesuiti, Ignazio De Loyola, e intenti a fornire assistenza volontaria).

Mettendo a confronto dati ministeriali, delle banche centrali, degli istituti di statistica e delle polizie tributarie dei singoli Stati europei per conto dell’Associazione contribuenti italiani, Krls ha infatti rilevato che in Italia nella prima metà di quest’anno sono state evase imposte, sia dirette che indirette, per un importo di 180,9 miliardi. La cifra più alta in Europa che fa appunto degli evasori italiani i primatisti nel Vecchio Continente.

 

 

L’analisi stima che l’economia sommersa in Italia sia pari al 21% del prodotto interno lordo, per un valore quindi di 340 miliardi, e che l’evasione fiscale nel primo semestre 2012 sia cresciuta dal 14,1% in media nazionale, con una punta del 14,9% al Nord.

 

 

Si evade anzitutto nel Nord Ovest – 31,4% del totale nazionale – e poi nel Nord Est – 27,1% – mentre Centro e Sud si attestano su tassi rispettivamente del 22,2% e 19,3%. Numericamente, gli evasori sono in crescita anzitutto in Lombardia: nell’anno corrente sono aumentati del 15,6% facendo della locomotiva d’Italia la primatista anche quanto a valore assoluto degli importi occultati (è made in Lombardy il 15,9% di quanto è stato sottratto al fisco). Probabilmente per un meccanismo di correlazione, per cui all’aumentare delle tasse e della pressione tributaria complessiva aumenta anche chi si dà fiscalmente alla macchia, la Lombardia è comunque in vasta compagnia quanto a numero di evasori. Cresciuti, nell’ordine, del: 15,1% in Veneto, 14,2% in Val d’Aosta, 13,9% nel Lazio, 13,5% in Liguria, 13,4% in Piemonte, 13,1% in Trentino Alto Adige, 12,6% in Toscana, 11,9% nelle Marche, 10,8% in Puglia, 10,6% in Sicilia, 10,1% in Emilia Romagna, 8,2% in Campania e 7,1% in Umbria.

 

 

Messi insieme, i contributi degli evasori nostrani fanno sì che il valore dell’economia sommersa nello Stivale sia doppio rispetto a quello di Francia e Germania e superiore a quello della Grecia, seconda classificata nella relativa graduatoria europea con un sommerso pari al 20,8% del Pil ufficiale (seguono: Romania, 19,1%; Bulgaria, 18,7%; Slovacchia, 17,2%; Cipro, 17,1%).

Come non c’è praticamente Regione che non evada, così non c’è settore che non provi a sfuggire all’amministrazione tributaria. Industriali i principali evasori (32,7%), sul podio ci sono anche bancari e assicurativi (32,2%) e commercianti (10,8%); alle loro spalle seguono artigiani (9,4%), professionisti (7,5%) e lavoratori dipendenti (7,4%).

 

 

Nel dettaglio, l’evasione dipende anzitutto dai business – talvolta in sé anche pienamente legali – gestiti dalla criminalità organizzata (in crescita del 18,7% nel Nord Italia e con un sensibile aumento della presenza in tutto il Paese dei clan russi e cinesi): 78,2 miliardi di euro. Sul crinale tra legalità e illegalità, l’evasione si realizza poi attraverso l’impiego di manodopera in nero. Stimando in 2,9 milioni le persone – prevalentemente cinesi ed extracomunitari – impiegati senza regolare contratto e includendo tra questi anche 850mila lavoratori regolari che arrotondano però con un secondo o terzo mestiere, il lavoro nero produce un mancato gettito d’imposta calcolato in 34,3 miliardi. Le stime ipotizzano che non sia a norma un lavoratore ogni 4 nell’agricoltura e 1 ogni 10 nel comparto edile.

Chi gestisce affari legali, invece, contribuisce all’evasione per 37,8 (grandi imprese) e per 22,4 miliardi l’anno (società di taglia più minuta). Una big company ogni 3 ha chiuso i conti in passivo, evitando quindi di dichiarare redditi e pagare le relative imposte, e quasi tutte (94%) si sono avvalse della ramificazione in più Paesi per delocalizzare i profitti attraverso il cosiddetto “transfer pricing” e soggiacere quindi a regimi fiscali più benigni di quello italiano. Per dare una dimensione di quest’ultimo fenomeno – tecnicamente elusione fiscale, meno grave dell’evasione, anche se norme recenti sanzionano operazioni compiute al solo fine di alleggerimento degli oneri fiscali – basti pensare che nel 2012 le 100 maggiori imprese italiane hanno registrato un calo del 14,2% degli acconti di imposta dovuti all’erario. Sul fronte delle società di capitali più minute, circa 800mila in tutto, quasi 8 su 10 (78%) hanno dichiarato profitti non superiori a 10mila euro, quando non nulli o negativi. Molte di loro, in effetti, hanno una vita non superiore ai 5 anni. Infine contribuiscono all’evasione anche i singoli – liberi professionisti, imprenditori individuali – che, attraverso il mancato rilascio di scontrini, fatture e ricevute, fanno venir meno 8,2 miliardi di imposte.

 

 

Vera guerra, secondo quanto recentemente dichiarato dal premier al settimanale Tempi, il contrasto all’evasione in Italia avviene peraltro con molto più understatement di quanto non accada proprio in Inghilterra. Dopo che nel 2008 è stata autorizzata la pubblicazione on-line di tutte le dichiarazioni dei redditi degli italiani nel 2005, un decreto della presidenza del Consiglio emanato il 10 luglio scorso e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 28 consente ai Comuni di divulgare – sulla base di dati forniti dal Ministero della Finanze – il tenore di vita dei propri residenti, così da consentire a chiunque – come già col 117 di Vincenzo Visco – di denunciare eventuali anomalie o irregolarità. L’Inghilterra – che tassa solo i proventi maturati sul proprio suolo (per questo Londra è stata scelta come residenza da Flavio Briatore e Valentino Rossi, tra gli altri) – ha invece già diffuso, sul sito della Her Majesty’s Revenue and Customs, le fotografie dei 20 most wanted, i più ricercati, a livello fiscale (molti dei quali peraltro espatriati, a Dubai o altrove).

 

 

Tornando in Italia, particolarmente efficace, o temibile a seconda dei punti di vista, appare il sistema Serpico: “cervellone” in grado di controllare la corrispondenza tra tenore di vita e dichiarazione dei redditi mettendo a confronto dichiarazioni dei redditi, conti bancari, bollette, e ogni altra traccia di pagamento o introito, nella sua azione dipende sostanzialmente dall’intuito e dall’abilità del personale dell’amministrazione tributaria nell’individuare le “impronte” di possibili evasioni. Quando Serpico riscontri effettiva difformità tra dichiarazione dei redditi e tenore di vita, il soggetto interessato viene interpellato dall’amministrazione tributaria perché spieghi tale discrasia.

Fonte: abcrisparmio.it

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QUANDO CI PRENDONO PER I FONDELLI…

Foto: lenovae.it

Moody’s blinda Monti

Di Francesco Piccioni

Ecco dove era nascosta la «luce in fondo al tunnel» che prima Mario Monti e poi Corrado Passera hanno asserito negli ultimi due giorni d’aver visto. Non c’entrava la fede (parlando di fronte alla platea di Cl, a Rimini, poteva anche sembrarlo), ma i report di Moody’s e Fitch resi noti ieri mattina, il cui contenuto doveva essere in qualche modo esser stato anticipato al governo. I siti dei media che sostengono il governo hanno immediatamente enfatizzato la notizia annunciando la buona novella. Titoli come «Italia fuori dalla crisi nel 2013» si sono sprecati.

 

 

A leggere i rapporti, però, viene fuori qualcosa di molto diverso. E meno allegro. Intanto, viene spiegato che la crisi del debito europeo, «nel migliore dei casi è solo a metà strada», anche se tutti i paesi in difficoltà hanno intrapreso la strada del rigore di bilancio e delle «riforme strutturali». Dopo di che vengono distinti due gruppi di Piigs: quelli che stanno relativamente meglio (Italia, Spagna e Portogallo) e quindi possono aspirare a girare la boa già il prossimo anno; e quelli che debbono lavorare molto più a lungo (Irlanda e ovviamente Grecia), costretti perciò a raggiungere il fondo soltanto nel 2016. Non proprio un buon augurio. Per quanto riguarda il nostro paese, non si capisce da dove venga la previsione che «l’Italia potrebbe vedere tornare nel 2013 la dinamica del Pil a livelli pre-crisi», dato che il tasso di crescita per quell’anno dovrebbe rimanere «fra lo 0% e il -0,5%». Aggravando in recessione, dunque, altro che «recuperare i livelli pre-crisi».

 

 

Anche per quanto riguarda l’evoluzione dei prossimi mesi, entrambe le agenzie di rating non lasciano margini: «c’è un considerevole livello di rischio associato con l’implementazione di queste riforme che può essere mitigato solo da una forte impegno a livello nazionale e dalla capacità di controllare e dirigere il processo di riforma» con l’aiuto esterno (Bce, Ue, Fmi: la troika che ha devastato la Grecia). Nessuno scostamento dal percorso intrapreso, insomma, o «potremmo vedere ulteriori tagli del rating». Anzi, lo stesso Monti – che pure viene accreditato di «tantissima credibilità» – viene rudemente invitato a far «vedere ulteriori progressi entro la fine dell’anno». Altrimenti… Perché allora i fan del governo «tecnico» fanno tanto gli ottimisti? Per una buona ragione: il direttore operativo di Fitch, nello spiegare il rapporto, ha fatto coincidere il «massimo rischio» per l’Italia con la fine del mandato di governo di Monti & co. Un modo nemmeno tanto ellittico, e sicuramente minaccioso, di dire che questo modo di governare e queste «riforme» sono l’unica possibilità di evitare di tornare sotto attacco.

 

 

Sulla serietà delle analisi di queste agenzie si potrebbe ricordare il consiglio di Mario Draghi, un anno e mezzo fa, davanti al Pm di Trani: «bisogna fare a meno delle agenzie di rating: sono altamente carenti e discreditate». Su almeno due versanti. Sul piano proprietario, sono partecipate da grandi banche o gruppi finanziari su cui sono chiamate a esprimere i loro temuti «giudizi» (come se Berlusconi dovesse valutare Mediaset). Moody’s, per esempio, vede come azionista principale Warren Buffett – l’«oracolo di Omaha» – che risulta anche tra i principali grandi elettori di Barack Obama. Una crisi europea, che inevitabilmente trascinerebbe con sé gli Usa (già non in buona salute per proprio conto, vedi il report di S&P), in piena campagna elettorale non sarebbe la cosa più gradita.

 

 

Anche sul piano metodologico le carenze balzano agli occhi. Il report di Moody’s si dilunga in un paragone con le crisi degli anni ’90 di Svezia e Finlandia, dimenticando che – oltre a «riforme» che in quel caso non hanno granché intaccato il tradizionale welfare scandinavo – quei due paesi potevano agire anche sulla svalutazione delle loro monete. Mentre i nostri Piigs attuali, ovviamente, no. Non è un dettaglio secondario, ma uno strumento di politica monetaria – nell’Italia democristiana – a lungo piuttosto efficace. Le piazze finanziarie hanno comunque colto soprattutto il segnale-chiave: le agenzie di rating consigliano di non continuare a speculare contro l’Europa, per ora. In più, si attende una mossa decisiva della Bce sugli spread, anche se la Germania sta gridando da giorni il proprio disaccordo. Quindi buoni guadagni sul mercato azionario (Milano +”%) e spread al minimo degli ultimi mesi per i bond italiani e spagnoli. Per «uscire dalla crisi», invece, con un piede sul tubo dell’ossigeno, ci vorranno ulteriori «sacrifici» e tanto, tanto tempo.

Fonte: Il Manifesto

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LE REGOLE VALGONO PER TUTTI?

foto: repubblica.it

Intercettazioni legittime, niente immunità

Di  Andrea Fabozzi

 

«Il presidente della Repubblica come soggetto privato è responsabile esattamente come gli altri cittadini».

La professoressa Lorenza Carlassare ripete al manifesto una tesi che ha sostenuto e dimostrato in diversi saggi. Gli argomenti della costituzionalista e la sua autorevolezza impattano adesso il conflitto di attribuzione sollevato dal presidente della Repubblica contro la procura di Palermo a proposito delle famose conversazioni telefoniche di Napolitano intercettate in maniera indiretta (sotto il controllo dei magistrati che indagano sulla trattativa stato-mafia era il telefono dell’ex ministro Mancino). La conclusione è che quelle intercettazioni non possono essere considerate illegittime.

Professoressa, il Quirinale nel ricorso alla Consulta sostiene che il capo dello stato non può essere intercettato perché non può essere sottoposto all’azione penale se non per alto tradimento o attentato alla Costituzione, regolati da procedure speciali. Non essendo questo il caso, la procura di Palermo andrebbe fermata. È d’accordo?

No. Questa tesi sarebbe sostenibile solo se il presidente della Repubblica fosse un soggetto totalmente immune, ma non lo è. La sua irresponsabilità è politica, non penale. La Costituzione – articolo 90 – la limita agli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni. Non è responsabile perché non è lui che formalmente compie quegli atti, ma i ministri che infatti ne rispondono – articolo 89. Ci sono due eccezioni che sono appunto l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione. Sono reati che in astratto possono essere compiuti dal presidente della Repubblica nei casi in cui con la sua volontà partecipa più pienamente – anche se mai del tutto autonomamente – alla formazione dell’atto. Si tratta della nomina del presidente del Consiglio, dello scioglimento delle camere e secondo la Corte anche del potere di grazia. Oppure anche controfirmando un atto dei ministri che invece andrebbe bloccato perché configura un attentato alla Costituzione.

Non è di casi del genere che si tratta adesso. Oltre tutto l’indagine di Palermo non riguarda nemmeno Napolitano, che non è indagato.

È per questo che a mio modo di vedere non si possono considerare illegittime quelle intercettazioni. E condivido quanto ha scritto Gustavo Zagrebelsky su Repubblica: la legge del 1989 – legge ordinaria, non costituzionale – citata anche nel ricorso del Quirinale non c’entra nulla. Lì si danno delle regole per le intercettazioni del presidente ma in un caso che è del tutto fuori dal contesto attuale, non stiamo parlando adesso della messa in stato d’accusa. Ma di un’indagine ordinaria nella quale il capo dello stato non può invocare nessuna garanzia particolare.

La procura di Palermo dunque a suo avviso non ha commesso nulla di «grave», come ha detto Mario Monti?

No e mi preoccupa che tornino fuori queste critiche allo strumento delle intercettazioni. Temo che vengano fatti degli accostamenti impropri e che si ricominci a dire che soggetti in particolari posizioni di potere debbano essere tutelati.

Dunque a suo avviso le telefonate di Napolitano possono essere messe a conoscenza delle parti del procedimento penale in corso a Palermo, senza che si debba seguire una qualche strada particolare?

C’è un’altra riflessione a cui tengo molto e che mi è necessario fare, prima di rispondere a questa domanda. È pacifico che i soggetti che sono dotati di potere politico o che esercitano funzioni pubbliche godono di un diritto alla privacy piuttosto affievolito in ragione del fatto che in un sistema democratico quello che dicono e quello che fanno è di interesse pubblico. In altre parole il corpo sociale ha il diritto se non addirittura il dovere di informarsi, di sapere se i soggetti politicamente responsabili meritano o non meritano fiducia. Ma questa attenuazione del diritto alla privacy secondo me non vale per il presidente della Repubblica proprio perché non è un soggetto politicamente responsabile. Dunque ha pienamente diritto alla riservatezza almeno quanto me, quanto un qualsiasi cittadino. Ripeto: restringere la sua responsabilità penale non si può, ma la sua responsabilità politica è zero, politicamente non deve rispondere a nessuno. La Costituzione lo ha voluto così per mantenerlo indipendente.

Dunque le intercettazioni che lo riguardano andrebbero trattate in modo diverso?

Una tutela particolare che porti alla loro distruzione sarebbe ipotizzabile. Ma ci vorrebbe una legge, che adesso non c’è. È questo l’unico vuoto legislativo che è possibile invocare. Per il resto basta saper leggere la Costituzione.

Zagrebelsky ha scritto anche che quello di Napolitano è un ricorso «già vinto», nel senso che la Consulta non potrà che dargli ragione per non aprire una crisi costituzionale. È d’accordo anche in questo caso?

Lo trovo un discorso interessante: Zagrebelsky sottolinea la differenza che c’è tra la rivendicazione di un singolo potere, come fece Ciampi per il potere di grazia, e il caso di oggi che invece è la rivendicazione della posizione costituzionale del presidente della Repubblica.

Il costituzionalista Massimo Luciani ha ricordato però che i giudici della Consulta dovranno decidere solo sulla base del diritto.

Questo è chiaro, ma che la situazione presenti aspetti politicamente imbarazzanti è sotto gli occhi di tutti.

Quindi pensa anche lei come Zagrebelsky che Napolitano farebbe bene a ritirare il ricorso?

Più che nel ritiro confido nel fatto che i due organi del conflitto, Quirinale e procura di Palermo, riusciranno a ragionare un momento, trovando una soluzione prima che il ricorso venga esaminato. Dando alla corte la possibilità di dichiarare cessata la materia del contendere.

Fonte: Il Manifesto

 

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