Archivi del mese: ottobre 2012

INTERPRETAZIONE DEI SOGNI: cadere

 

Cadere, scivolare, precipitare sono azioni che quando compaiono nei sogni, provocano molto spavento e che riflettono ansie e paure del sognatore rispetto a qualcosa che nella sua vita si è molto innalzata, e che teme di perdere.

L’uomo vive e prospera con i piedi attaccati a terra, cadere è qualcosa che lo spaventa molto, perchè contiene una quota di sorpresa, di imprevidibilità… ha di solito effetti sgradevoli che possono andare dalle semplici ammaccature, a ferite più gravi, alla morte.

Il precipitare, rispetto a cadere o scivolare, contiene una connotazione di pericolo ancora maggiore, qualcosa che non si può arrestare, che è inevitabile ed irreversibile…..

Il senso negativo della caduta si rifà al mito della caduta degli angeli ribelli e della caduta di stato di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, in seguito a quello famoso di Icaro che, volando troppo vicino al sole, perse le ali di cera, e precipitò.Tutte allegorie di una aspirazione umana a volere di più, conoscere, ottenere, “salire”, non accontentarsi, per rovinare poi verso il basso a confrontarsi più realisticamente con il proprio orgoglio e la propria presunzione.

Cadere, scivolare, precipitare sono azioni che quando compaiono nei sogni, provocano molto spavento e che riflettono ansie e paure del sognatore rispetto a qualcosa che nella sua vita si è molto innalzata, e che teme di perdere. Può essere lo stato sociale, una posizione di prestigio ottenuta, un obiettivo a lungo perseguito e raggiunto. I sogni in questo caso lo mettono di fronte a tutta la paura che probabilmente di giorno tiene sotto controllo, rispetto alla “rovina” economica, al “disonore”, al fallimento, ad una grossa delusione, ad un cambiamento repentino.

Ma sogni di questo tipo possono confrontare il sognatore anche con l’opinione che ha di se’ stesso, con la sua presunzione o il suo sentirsi superiore, con il perseguire obiettivi sproporzionati alle sue forze e capacità. Come dice Jung: ” …coloro che mancano di realismo o che hanno un’opinione di se’ troppo alta, o che fanno dei progetti grandiosi senza alcun rapporto con le loro reali capacità, sognano di volare o di cadere” ( C.G.Jung – L’uomo e i suoi simboli- Longanesi Mi)

Sarà importante quindi, nel momento in cui i sogni di cadere o precipitare divengano frequenti, imparare a farsi domande:

*Rispetto a chi, o rispetto a che cosa, sono salito troppo in alto?

*C’è qualche aspetto della mia vita che non sto affrontando con “i piedi per terra”?

*In che cosa devo essere più realista?

*Sto esagerando o amplificando qualche aspetto della mia vita?

*Cosa temo di perdere?

Sogni di cadute vertiginose nel vuoto, possono testimoniare anche ansie molto forti per la profondità occulta ed inconscia, timore per ciò che non si conosce, per l’ombra che può inghiottire, per i processi mentali incontrollati, paura della pazzia. Sono sogni che possono arrivare in momenti di grande stanchezza e stress mentale.

Anche l’eventuale senso di vertigine che può associarsi alla caduta nei sogni, va attentamente rilevato, perchè può indicare problemi fisici da collegarsi a disturbi digestivi o lesioni dell‘orecchio interno. Utile, quando le sensazioni in sogno sono molto forti, fare un controllo medico.

Di Marzia Mazzavillan

Fonte: guide.supereva.it

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IL TRENO CHE VIENE DAL SUD

 

La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non eravamo considerati di razza bianca nei tribunali dell’Alabama. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti che ci dipingevano come “una maledetta razza di assassini”. Cercavamo casa schiacciati dalla fama di essere “sporchi come maiali”. Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank in una Svizzera dove ci era proibito portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Finivamo appesi nei pubblici linciaggi con l’accusa di fare i crumiri o semplicemente di essere “tutti siciliani”. “Bel paese, brutta gente”. Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l’Europa (…) Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo “poveri ma belli”, che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l’affetto delle popolazioni locali. Ma non è così. (…)

Da “L’orda (quando gli albanesi eravamo noi)” di Gian Antonio Stella – Edizioni BUR

 

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1861: inizia l’emigrazione dal Sud

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RIDATECI LE PAROLE

 

 

Le nuove dichiarazioni dell’ex presidente del Consiglio riaprono il tema dell’abuso del linguaggio. Che non ha solo il compito di rappresentare la realtà, ma di costruirla.

 

Silvio Berlusconi lascia la vita politica per «amore». Lo stesso «amore» che 18 anni fa, a suo dire, lo aveva fatto “scendere in campo”. E il suo, secondo i colleghi di partito, è un gran gesto di «generosità». Per «amore» sono state ammazzate solo nel 2012 cento donne, una ogni due giorni. I pro life sostengono la «vita», al contrario di chi difende i diritti delle donne ossia, seguendo questa logica, la morte. L’aborto è l’«omicidio» di un «bambino», la fecondazione si chiama «procreazione» a sottolineare la volontà divina, gli embrioni in sovrannumero, quelli cioè crioconservati prima dell’entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione assistita, sono definiti «abbandonati» al punto che qualche parlamentare ha chiesto per loro la possibilità di «adozione».

I giovani d’oggi, plurilaureati e specializzati, sono «schizzinosi» o meglio «choosy» (vuoi mettere dirlo in inglese?) se ambiscono a un posto di lavoro adeguato alla loro formazione. I genitori cattolici reclamano «libertà di scelta» per poter mandare i loro figli nelle scuole private così come il papa rivendica la «libertà religiosa» per la Chiesa. Sembrerebbe che in Italia siano negate entrambe.

 

Se ciò non basta per descrivere i quotidiani abusi linguistici del Bel Paese, possiamo ripescare nel nostro passato prossimo – o l’abbiamo già dimenticato? – per trovarci di fronte altre appropriazioni indebite quali «papi», detto da una diciottenne a un settantenne che non è suo padre, «benefattore» sulla bocca di ragazze ben remunerate per partecipare ai festini presidenziali a luci rosse, «magistratura comunista» per indicare i giudici che fanno il loro lavoro, «perseguitato» per intendere un uomo condannato dopo regolare processo, «missione di pace» a significare un’occupazione militare.

 

Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma la forgia. Le parole creano i fatti, caratterizzano le relazioni e le classificano all’interno di un senso comune mai scritto ma ritenuto regola implicita e condivisa. Forse è il caso di fare un po’ di pulizia. Perché le parole violentate da politici, giornalisti, affaristi e a ruota gente comune tornino ad avere il loro significato; per non vergognarci più di pronunciarle; perché ancora crediamo che l’amore non sia calcolo politico o patologia del possesso, che la libertà non coincida con una richiesta di finanziamento né con l’imposizione agli altri del proprio pensiero, che un embrione non sia un bambino, che l’aggettivo schizzinoso descriva qualcuno dai gusti particolarmente difficili e non un ragazzo che aspira a fare il lavoro per il quale ha studiato, che la generosità non sottenda un imbroglio, che la pace non si faccia con le armi.

E perché non ci sia più qualcuno che approfitti della mistificazione per spennellare di decenza l’indecente, soffocando ab origine ogni forma di sana indignazione.

Di – Cecilia Calamani –

Tratto da: Ridateci le parole | Informare per Resistere

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L’ARROGANZA DEL POTERE e la dignità ferita degli uomini che vogliono un mondo pulito

 

 

La risposta di don Maurizio Patriciello alle tristi parole del  Signor prefetto di Napoli

 

DIOCESI DI AVERSA PARROCCHIA SAN PAOLO APOSTOLO
PARCO VERDE – CAIVANO ( NA )

Signor Prefetto di Napoli
e p. c.
Signora Prefetto di Caserta

Signor Prefetto,
sono appena ritornato a casa dopo l’incontro in prefettura di mercoledì 17 ottobre.
Come può facilmente immaginare mi sento tanto mortificato dalle sue parole gridate nei miei confronti e senza motivo davanti a un consesso così qualificato.
Che dirle?
Se a me, prete di periferia, è concesso di ignorare che chiamare semplicemente “signora”, la signora Prefetto di Caserta fosse un’offesa tanto grave, non penso assolutamente che fosse concesso a lei, arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne.
Alla fine dell’incontro ho ricevuto la solidarietà di tante persone presenti all’increscioso episodio e la rassicurazione da parte della signora Prefetto di Caserta che non si era sentita per niente offesa da me nell’essere chiamata ” signora”.
Forse le sarà sfuggito che lei non era e non è un mio superiore.
Mi dispiace.
Tanto.
Avrebbe certamente potuto consigliarmi di rivolgermi al Prefetto di Caserta, chiamandola
” signora Prefetto”. Avrei accolto immediatamente il suo consiglio. Invece, con il tono di voce del maestro che redarguisce lo scolaro, e con parole tanto dure quanto inopportune, ha quasi insinuato che il sottoscritto non avesse rispetto per lo Stato.
Scrivo sovente per Avvenire, il giornale che ha il merito di aver portato il nostro dramma alla ribalta della cronaca nazionale. Se vuole può controllare se tra i miei numerosi editoriali c’è una – dico una sola – parola dove non risuona un amore sviscerato per la mia terra, la mia Patria, la mia gente. E un rispetto sofferto per le Istituzioni.
Al contrario, se una cosa mi addolora ( l’editoriale di ieri, martedì 16 ottobre lo conferma ), se una cosa mi addolora, dicevo, è constatare che tante volte è propria la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici che fanno man bassa di denaro pubblico, a incrementare la sfiducia e la rabbia in tanti cittadini.
Personalmente sono convinto che la camorra in Campania non la sconfiggeremo mai. Lo dico non perché sono un pessimista. Al contrario. Non la sconfiggeremo perché il “pensare camorristico” ha messo radici profondissime in tutti. Quel modo di pensare e poi di agire che diventa il terreno paludoso nel quale la malapianta della camorra attecchisce.
Come ho potuto dirle in corridoio, io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del ” Clan dei Casalesi”. La mia diocesi, Aversa, è quella di Don Peppino Diana.
Quante umiliazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti.
Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete.
No, non sono loro che rendono insonni le mie notti. Loro non sono lo Stato. Loro sono i nemici del vivere civile. Loro hanno sempre e solamente torto.
Io credo allo Stato.
Alla democrazia.
Io credo alla libertà.
Io credo alla dignità dell’uomo.
Di ogni uomo.
Io spendo i miei giorni insegnando ai bambini, ai ragazzi, ai giovani che non debbono temete niente e nessuno quando la loro coscienza è pulita. Ma aggiungo che bisogna sradicare il fare camorristico sin dai più piccoli comportamenti.
Perché tutto ciò che uno pretende in più per sé e non gli appartiene, lo sta rubando a un altro. Perché ogniqualvolta che una persona si appropria di un diritto che non ha, sta usurpando un potere che non gli è stato dato.
Tutti possiamo cadere in queste sottili forme di antidemocrazia.
Ecco, signor Prefetto – glielo dico con le lacrime agli occhi – lei stamattina mi ha dato proprio questa brutta impressione. Lei ha calpestato la mia dignità di uomo.
Ha voluto mortificare il prete o il volontario impegnato sul dramma dei roghi tossici?
Ha voluto insegnarmi l’educazione – a 57 anni! – o mettermi a tacere perché già immaginava ciò avrei denunciato?
Le nostre campagne languono, signor Prefetto.
I giovani sono scoraggiati.
I tumori sono aumentati a dismisura.
La gente muore in questa terra avvelenata e velenosa.
Le amministrazioni locali – qualcuno glielo ha ripetuto anche stamattina – non riescono a tutelare i loro territori e la salute dei loro cittadini. E proprio a costoro viene ricordato il dovere farlo.
È una serpe che si morde la coda.
Noi abitanti di questi paesi a Nord di Napoli, ci sentiamo prigionieri in questo ” Triangolo della morte” dal quale desideriamo uscire quanto prima, pur sapendo che per tanti di noi i danni alla salute sono ormai irreparabili.
Lo facciamo per le generazioni future.
Per andare con serenità incontro a sorella morte quando sarà il momento.
Ci ripensi.
In mezzo a tanti problemi in cui siamo impelagati; mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non ha fiducia più in niente e in nessuno; mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo; mentre i rifiuti tossici continuano ad essere bruciati e interrati nelle nostre terre, il signor Prefetto di Napoli, mette alla berlina un prete davanti a una cinquantina di persone, perché si è rivolto al Prefetto di Caserta chiamandola semplicemente ” signora”, anziché ” signora Prefetto”.
Incredibile.
Resto, naturalmente, coi miei dubbi.
Ai miei diritti non rinuncio facilmente.
Ma, mi creda, cerco a mia volta di non invadere quelli di nessuno.
Purtroppo, stamattina, credo che lei, signor Prefetto, pur forse senza volerlo, abbia maltrattato e rinnegato i miei.
Le auguro ogni bene.
Il parroco
Sac. Maurizio PATRICIELLO
Frattaminore 17 ottobre 2012

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PARCO DEL POLLINO: il ciclamino

CICLAMINO

Il ciclamino è una delle piante d’appartamento tra le più diffuse soprattutto grazie al fatto che ci dona i suoi splendidi fiori durante l’inverno, rallegrando così i periodi freddi.
CLASSIFICAZIONE BOTANICA

Famiglia: Primulaceae
Genere: Cyclamen
Specie: vedere il paragrafo “Principali specie

CARATTERISTICHE GENERALI

Il genere Cyclamen appartenente alla famiglia delle Primulaceae, comprende diverse specie originarie dell’area orientale del Mediterraneo, alcune delle quali proprie anche della flora spontanea italiana, sono state introdotte nella coltivazione (Cyclamen europaeum, Cyclamen Neapolitanum e Cyclamen repandum).

PRINCIPALI SPECIE

Esistono una ventina di specie di Ciclamino tra le quali ricordiamo

CYCLAMEN   PERSICUMIl Cyclamen persicum è la specie più diffusa e con le sue numerose varietà, rappresenta una delle piante ornamentali più conosciute ed apprezzate.

Ha un tubero nero e piatto dal quale partono i piccioli fogliari ed i peduncoli fiorali.

Le foglie sono cuoriformi di colore verde intenso alle volte screziate d’argento e la pagina inferiore di solito è rossa.

I fiori sono formati da cinque petali di vario colore dal bianco, al rosa, all’albicocca al viola o screziati.

Il Ciclamino coltivato è il Cyclamen persicum giganteum.

Il Cyclamen persicum è originario dell’Asia minore, della Siria e del Libano e non della Persia  come si potrebbe pensare. Il nome  è derivato dal Prunus persica, la pesca, per ricordare il colore del fiore.

CYCLAMEN GRAECUMIl Cyclamen graecum con i suoi fiori con una colorazione che va dal rosa chiaro al salmone, è una specie molto presente nel mercato

CYCLAMEN BALEARICUMIl Cyclamen balearicum possiede dei fiori piccoli e di colore bianco, con gola rossa ed emanano un profumo delicato.

CYCLAMEN LIBANOTICUMIl Cyclamen libanoticum ha dei fiori con una colorazione rosa-violetto, spesso screziati e foglie verde scuro screziate di bianco sulla pagina superiore e rossicce sulla pagina inferiore. Produce dei graziosi fiori rosa che spuntano a partire dal mese di febbraio.

Tra i Ciclamini spontanei ricordiamo:

CYCLAMEN EUROPEUM è di colore rosa chiaro, molto profumato e fiorisce a settembre. Cresce spontaneo nei boschi ad una altitudine di 1000 m.

CYCLAMEN NEAPOLITANUM produce fiore rosa e fiorisce in settembre. E’ presente nei boschi dell’Italia meridionale.

CYCLAMEN REPANDUM produce un delizioso fiore rosa e fiorisce in primavera. E’ presente nei boschi dell’Italia centrale e meridionale.

 

TECNICA COLTURALE

Allevare un ciclamino non è facilissimo, ma soprattutto è difficile farlo rifiorire; infatti questa pianta può vivere e fiorire per 4-5 anni di seguito e ogni anno che passa produrrà fiori sempre più abbondanti.

Il segreto più importante del suo successo sta nella temperatura dell’ambiente in cui viene collocata. Principalmente durante la fase di crescita delle foglie e dei fiori, questa non dovrebbe superare i 15°C; sistematela quindi lontano dai termosifoni, in piena luce ma non colpita direttamente dai raggi solari (questa regola è valida per quasi tutte le piante d’appartamento, alle quali il sole diretto potrebbe provocare ustioni anche in inverno, specie se “concentrato” dai vetri delle finestre che vanno quindi schermati con tende). Sarebbe quindi buona norma arieggiare l’ambiente di frequente e spegnere il riscaldamento di tanto in tanto. Nelle zone dove il clima invernale non è troppo rigido si può trasferire il Ciclamino all’aperto, al riparo dal gelo e dal vento, durante le ore notturne.

Altro accorgimento importante è quello di eliminare rapidamente e completamente le foglie ed i fiori appassiti, senza lasciare “mozziconi” che potrebbero marcire, contagiando altre parti della pianta, staccandoli proprio nel punto d’inserzione al tubero.

Se per qualunque ragione si provocano delle lesioni sulle foglie o sui piccioli, è bene asportarle e tamponare subito le ferite con del mastice apposito (si trova da un buon vivaista) o con della cera di candela, per chiudere la ferita che rappresenta una via preferenziale agli attacchi di muffe.

ANNAFFIATURA

In tutto il periodo autunno-invernale (i primi boccioli compaiono in genere verso fine settembre – primi di ottobre) si innaffia il Ciclamino in maniera tale che il terriccio resti umido costantemente (non inzuppato). In genere si versa l’acqua nel sottovaso, lasciando che la pianta l’assorba da se per 20-30 minuti e lasciando poi sgrondare l’eventuale acqua in eccesso. Anche in questo caso si deve stare attenti che non ci sia troppa umidità che potrebbe provocare il marciume del tubero.

In primavera il Ciclamino termina la fioritura e rallenta l’attività vegetativa che cessa del tutto in estate, quando tutte le foglie sono secche, si rinnovano completamente e si conserva la pianta in un luogo fresco ed ombreggiato innaffiando di tanto in tanto solo vicino al bulbo.

E’ importante non bagnare la pianta ed in modo particolare la parte centrale in quanto la presenza di acqua per almeno 12 ore sugli organi della pianta, favoriscono lo sviluppo di muffe.

TIPO DI TERRENO – RINVASO

Il rinvaso si effettua solo se le radici hanno completamente occupato il vaso e spuntano in superficie o dal foro di scolo del vaso. Si fa in primavera, dopo la fioritura, usando un terriccio di foglie, sabbia e torba in parti uguali in un vaso di diametro poco superiore al precedente, ponendo sul fondo dei pezzi di coccio per favorire lo sgrondo dell’acqua.

CONCIMAZIONE

Ogni due – tre settimane è bene concimare con del fertilizzante liquido da aggiungere all’acqua d’annaffiatura.

Durante il periodo di fioritura è opportuno somministrare un concime con un più alto titolo di Potassio per agevolare la fioritura mentre, durante le fasi di crescita della pianta, con un titolo leggermente più alto di Azoto per favorire appunto la crescita della pianta.

FIORITURAQualunque sia la specie e la varietà prescelta il Ciclamino, è una pianta che fiorisce nel periodo invernale ininterrottamente fino a marzo-aprile e per questo motivo viene di solito acquistata nel periodo pre-natalizio, anche se è raro trovarla nei centri floro-vivaistici in tutto l’arco dell’anno.

E’ preferibile comunque acquistarla prima della fioritura, controllando che ci siano abbondanti boccioli e che le foglie siano ben turgide e sane.

POTATURA

Di solito non si pota. Vanno semplicemente eliminate le foglie che via via disseccano per evitare che diventino veicolo di malattie parassitarie.

Abbiate cura che l’attrezzo che usate per il taglio sia pulito e disinfettato (preferibilmente alla fiamma) per evitare di infettare i tessuti.

MOLTIPLICAZIONE

La moltiplicazione del Ciclamino può avvenire o per seme o per divisione del tubero.

Nel scegliere la tecnica da adottare occorre tenere presente che la moltiplicazione per seme ha con se lo svantaggio che, subentrando la variabilità genetica, non si è certi che si avranno delle piante uguali alle piante madri, nel qual caso qualora si voglia ottenere una determinata pianta di  Ciclamino o non si è certi della qualità del seme che si sta utilizzando, è bene fare la moltiplicazione per divisione del tubero.

Moltiplicazione per semi

La moltiplicazione per semi del Ciclamino si effettua si effettua in qualunque momento tra luglio e settembre distribuendo i semi il più uniformemente possibile date le piccole dimensioni, in file parallele su un terriccio per semi. Dato che i semi sono piccoli, per interrarli leggermente, spingeteli sotto il terriccio usando un pezzo di legno piatto.

Sarebbe buona norma, per prevenire eventuali attacchi di funghi, somministrare con l’acqua di irrigazione anche un fungicida ad ampio spettro, nelle dosi indicate nella confezione.

Il vassoio che contiene i semi va tenuto all’ombra, ad una temperatura intorno ai 20°C e costantemente umido (usate uno spruzzatore per inumidire totalmente il terriccio) fino al momento della germinazione.

Il vassoio va ricoperto con un foglio di plastica trasparente che garantirà una buona temperatura ed eviterà un disseccamento troppo rapido del terriccio.

Una volta che i semi hanno germogliato (all’incirca dopo un mese), si toglie il telo di plastica, e mano a mano che le piantine crescono, si aumenta la quantità di luce (mai il sole diretto), si riduce la temperatura intorno ai 18°C e si assicura una buona ventilazione. Tra tutte le piantine nate, sicuramente ci saranno quelle meno vigorose rispetto ad altre. Individuatele ed eliminatele in questo modo garantirete più spazio alle piantine più robuste.

Quando saranno sufficientemente grandi da poter essere manipolate, le trapianterete facendo in ogni caso molta attenzione a non rovinare alcuna parte della pianta (sarebbe preferibile usare una forchetta per queste operazioni che infilerete al di sotto del terreno per prendere la piantina intera e metterla nel nuovo vaso) in un terriccio così come indicato per le piante adulte.

Moltiplicazione per divisione del tubero

Ciclamino è costituito da un tubero, rotondeggiante o appiattito, da cui spuntano direttamente le foglie e i fiori nella parte alta concava e le radici nella parte bassa convessa.

Il tubero si può dividere con un coltello affilato pulito e disinfettato in più parti, ognuna delle quali contiene almeno due gemme, anche se generalmente si divide in due.


PARASSITI E MALATTIE

Le principali avversità del Ciclamino sono generalmente “fisiopatie”, cioè malattie dovute a condizioni ambientali non favorevoli.

Foglie e fiori che si afflosciano

Se il Ciclamino presenta questi sintomi vuol dire che la pianta è stata sistemata in un posto troppo caldo e secco.
Rimedi: in questo caso è sufficiente bagnarla bene e spostarla in un ambiente più fresco ed umido.

Foglie ingiallite

Questo sintomo vuol dire che la pianta è stata sistemata in un posto troppo caldo e troppo buio
Rimedi: spostarla in un ambiente più fresco ed umido.

Foglie con macchie gialle diffuse a partire dal punto di intersezione del picciolo fogliare sulla lamina

Questa patologia che successivamente si estende verso il bordo della foglia fino a farla seccare e rimanere attaccata al bulbo è tipica della fusariosi, una malattia causata da un fungo, il Fusarium sp.
Rimedi: una volta che i sintomi si sono manifestati sulle foglie, poichè la malattia inizia dal tubero, non c’è più niente da fare.

Una raccomandazione: controllate bene la pianta prima di acquistarla perchè il più delle volte, si comprano già infette.

Macchie necrotiche sui petali e marciume nella parte centrale della pianta

Queste sintomatologie, dove la base dei piccioli e dei peduncoli fiorali appaiono molli perchè marciscono sono il sintomo della presenza della muffa grigia, un fungo, la Botrytis sp.
Rimedi: eliminare subito le parti infette e trattare con uno specifico anticrittogamico.

I rimedi nei confronti della Botrytis sono innanzitutto preventivi, in quanto questo fungo è favorito dall’eccessiva umidità dell’aria e dalle eccessive annaffiature.

Foglie che iniziano ad ingiallire, appaiono macchiettate di giallo e marroneSe le foglie iniziano ad ingiallire e successivamente a queste manifestazioni si accartocciano, assumono un aspetto quasi polverulento e cadono. Osservando attentamente si notano anche delle sottili ragnatele soprattutto nella pagina inferiore delle foglie. Con questa sintomatologia siamo molto probabilmente in presenza di un attacco di ragnetto rosso, un acaro molto fastidioso e dannoso.

Rimedi: aumentare la frequenza delle nebulizzazioni alla chioma (la mancanza di umidità favorisce la loro prolificazione) ed eventualmente, solo nel caso di infestazioni particolarmente gravi, usare un insetticida specifico. Se la pianta non è particolarmente grande, si può anche provare a pulire le foglie per eliminare meccanicamente il parassita usando un batuffolo di cotone bagnato e insaponato. Dopo di che la pianta va risciacquata molto bene per eliminare tutto il sapone.

CURIOSITA’

I Ciclamini li puoi trovare nei boschi di lecci delle nostre regioni meridionali. Fioriscono nel mese di marzo – aprile. Puoi osservarli in tutta la loro bellezza nel loro ambiente naturale ma non toccarli, sono una specie protetta pertanto vanno lasciati dove sono.

Il Ciclamino è una pianta velenosa per l’uomo. Infatti il suo tubero contiene una sostanza tossica, la Ciclamina; che viceversa è innocua per molti animali quali il maiale, l’istrice, ecc.

 

LINGUAGGIO DEI FIORI

Nel linguaggio dei fiori e della piante il Ciclamino ha significati positivi e negativi.

Plinio il vecchio lo consigliava perchè sosteneva che se una persona lo piantava, non potevano più nuocergli i filtri malefici fatti contro di lei. Era considerato perciò un amuleto.

Teofrasto sosteneva invece che era un eccitante sessuale e che facilitasse il concepimento, credenza nata probabilmente dal suo aspetto che ricorda l’utero femminile oppure dal fatto che dopo la fioritura lo stelo fiorale si avvita a spirale verso il basso portanto il frutto a livello del terreno.

I sentimenti negativi che ha ispirato riguardano la diffidenza e lo scoraggiamento dovuto probabilmente al fatto che i suoi tuberi sono velenosi per l’uomo ma non per ad esempio i maiali che al contrario ne sono ghiotti e ai quali non arreca alcun danno (da qui il nome di “panporcino”).

Un altro significato che viene dato a questa pianta è legato alla sua essenza. Leo Kaiti in Piante e profumi magici sostiene “agisce su tutta la personalità e crea intorno ad essa un vero e proprio ‘centro di gravitazione’ ” accrescendo quindi il proprio prestigio personale.

Fonte: www.elicriso.it

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Secondo Banfield i calabresi soffrono di FAMILISMO AMORALE. Ma è proprio vero?

Ora, fermiamoci un attimo e prendiamo fiato. Sto recensendo il libro del “familismo amorale” con un po’ di supponenza forse o con un tono vagamente canzonatorio. Il prof. Banfield non se lo merita. Apprendiamo, infatti, dall’introduzione di Arnaldo Bagnasco (che, per fortuna, si dichiara anch’egli contrario alle tesi di Banfield) che l’autore ebbe, sia pure tra contrasti ed invidie, una brillante carriera accademica in patria, in parte propiziata anche dalla fama che gli procurò il libro sui poveri contadini di Chiaromonte: fu professore emerito ad Harvard e consulente sia del presidente Nixon che di Regan; dopo di lui altri due noti studiosi, autori di opere fortunate, Robert Putnam (1993) e Francis Fukuyama (1995), lo avranno come punto di riferimento per le loro, piuttosto semplicistiche ma ugualmente fortunate indagini sull’Italia. Bagnasco però ci informa opportunamente che Banfield non era sceso a caso a Chiaromonte: all’epoca il governo americano invogliava studi di questo genere sull’Italia, considerato un paese di confine e politicamente a rischio. Esattamente come – aggiungo io, incoraggia oggi studi nei paesi più a rischio dello scacchiere internazionale al fine di stabilire le sue strategie egemoniche e/o difensive. Banfield, con buona probabilità, scelse un piccolo paese contadino del Sud perché l’idea del familismo amorale se l’era già bella e precostituita e ne cercava solo la conferma. E, in più, questo lavoro, come anche quello di Putnam, soggiuge Bagnasco, sembrano confezionati per guardare all’America (modello di cooperazione da salvaguardare da ingerenze esterne o da influenze interne) ma dall’Italia, denunciando i rischi della perdita di capacità cooperativa degli U.S.A. dove, per usare un’immagine fortunata di Putnam, oramai gli individui giocano a bowling da soli. Bagnasco chiosa: “Aprendo una parentesi: possiamo dire che siamo stufi di essere usati in questo modo poco cooperativo, in lavori che corrono per il mondo?”Ma torniamo alla tesi fondamentale di Banfield: a Montegrano impera il familismo amorale e per questo il paese non potrà mai progredire. Naturalmente l’affermazione è suffragata dai risultati della ricerca. Attenzione: Banfield cita Carlo Levi dal noto “Cristo si è fermato ad Eboli”, ma o finge di non aver capito le tesi (per altro letterariamente esposte) di Levi, o davvero non le ha capite. Il brano in cui Levi spiega perché i contadini poveri della Basilicata non si consideravano cristiani, cioè uomini, ma solo degli esclusi dal consesso civile, gente senza diritti, senza possibilità di riscatto e perciò ostile allo Stato che nulla faceva per loro, viene, infatti inserito in un certo contesto e neppure commentato.

 

Ma, a parte i risultati diciamo psicologici della T.A.T. (dai quali emergerebbe prepotentemente l’ethos del familismo amorale), è lo stesso Banfield a spiegare, inconsapevolmente perché quel familismo non era affatto “amorale” (ossia frutto di una scelta deliberata tra due opzioni entrambe disponibili: l’egoismo familistico o l’altruismo). Vediamo qualche esempio: “Montegrano è fra i paesi più poveri del mondo occidentale”. “Montegrano è un paese isolato”. “Circa la metà dei braccianti di Montegrano sono nullatenenti”. Ecco la dieta giornaliera di un contadino tipo: “consuma il suo primo pasto la mattina verso le nove, dopo due o tre ore di lavoro: un pezzo di pane e una manciata di fichi e pomodori. Lo stesso dicasi a mezzogiorno. La cena verso le otto o le nove è il solo pasto per il quale la famiglia si riunisce: è costituita da pane, una minestra di fagioli freschi o secchi, un morso di salame o salsiccia se ne rimane e frutta fresca o secca”. Sono “frequenti le malattie croniche: molti raggiungono la tarda età senza essersi mai sentiti bene.” Il medico condotto sostiene “che ogni anno almeno cinquanta dei suoi pazienti vengono da lui ammalati solo di fame”. “Incombe costantemente la minaccia di improvvisi rovesci, che il loro bilancio normale non consente di affrontare: un incidente o una malattia del capofamiglia, la grandine che distrugga il raccolto, la morte dell’asino o del maiale”. “La sola speranza nella famiglia colpita è a questo punto la carità di parenti, amici, vicini di casa. Anche costoro sono povera gente, e non sono tenuti ad assumersi la responsabilità degli altri. Così naturalmente, coloro che devono ricorrere a questi aiuti cadono nel più basso tenore di vita possibile”.

 

“La malinconia [oggi diremmo depressione cronica, n.d.r.] è in parte causata dalle preoccupazioni. Egli non ha denaro da parte ed è sempre angustiato da ciò che potrebbe succedere. Quelli che per molti possono essere contrattempi, sono per lui sventure. Quando il maiale restò strangolato dalla corda che lo legava, un contadino e sua moglie ebbero una crisi di vera disperazione: la moglie si strappava i capelli e batteva la testa contro un muro, mentre il marito sedeva sgomento senza parole […]. Disgrazie di questo genere possono venire da un momento all’altro: un’alluvione può travolgere il campo, la grandine distruggere il raccolto, una malattia colpire la famiglia. Essere contadino significa starsene indifeso di fronte a questi accidenti”. Non vado oltre su questo piano. E tuttavia voglio trascrivere l’affermazione di Banfield che sta verso la fine del capitolo da cui ho tratto i brani precedenti. E’ emblematica della consequenzialità a dir poco inintelligibile dei ragionamenti dello studioso: “I contadini si lagnano spesso della mancanza di distrazioni [quali? n.d.r.] e ne parlano come se questo fatto pesasse loro quanto il lavoro pesante o la fame. Vista sotto il suo aspetto reale questa lagnanza è ridicola. Se si esclude la stagione della semina e quella del raccolto [ma davvero Banfield crede che salvo questi due periodi dell’anno i contadini non fanno nulla d’altro?], i contadini avrebbero tutto il tempo disponibile per divertirsi a loro piacere. Che impedisce loro di cantare e ballare? Di giocare a carte? O di raccontare storie?”. Ma se ha appena detto che sono tutti depressi e che non sanno se il giorno successivo avranno di che sfamare se stessi e la loro famiglia?

 

E veniamo all’enunciazione letterale della tesi dell’autore: “L’ipotesi che i montegranesi agiscono come se seguissero questa regola generale: massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportano allo stesso modo. Chiameremo familista amorale chi agisce in base a questa regola”. Non ricorrerò ai molti studiosi che hanno contraddetto Banfield (interessante, a tal proposito, l’introduzione di Bagnasco già citata; ineccepibile la confutazione che fece il meridionalista piemontese Giuseppe Isnardi poco dopo l’uscita del libro, essendo anche lui sul campo da molti anni per scopi filantropici; utile anche quanto sostiene Fortunata Piselli nel suo saggio “Parentela, clientela e comunità”).

 

Concluderò, invece, lasciando che Banfiel contraddica se stesso attraverso una delle tante affermazioni contenute nel libro, nella quali ammette, candidamente, che in una comunità dove la maggioranza della gente deve preoccuparsi innanzitutto di trovare giornalmente il cibo (ossia l’essenziale) per la sua famiglia nucleare, il familismo – ammesso e non concesso che esista come sostiene lui – non è affatto “amorale” (ossia frutto di una scelta etica negativa deliberata) perché quella stessa gente non ha la possibilità di scegliere di non essere familista. Ecco, in conclusione, ancora Banfield contro Banfield: “Nel tragico universo di Montegrano, le condizioni di vita – le brutali, assurde condizioni di vita – determinano il comportamento degli uomini. In un mondo così oppresso dalla paura dell’avvenire, dovere dei genitori è di fare ciò che sia possibile per proteggere la famiglia e preoccuparsi esclusivamente del suo interesse”.

Francesco Bevilacqua

 

 

 

Il libro di cui si parla:

Edward C. Banfield

“Le basi morali di una società arretrata”

Il Mulino –  Bologna 2010   –  € 12,00

 

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UNO LO CONDANNA L’ALTRO LO ASSUME: misteri italiani

Franco Condò fu dichiarato decaduto dalla carica a causa di “gravi disavanzi di gestione”. Tanto che fu condannato anche dalla Corte dei Conti. Insieme a chi? Insieme al suo successore, Maria Sabia. Il motivo: un danno erariale dopo alcuni lavori di ristrutturazione al Santo Spirito

Con una delibera della Giunta regionale del Lazio a gennaio 2009, amministrazione Marrazzo, è stato dichiarato decaduto dalla carica di direttore generale della Asl Roma E per una serie di inadempienze. Ma una volta uscito dalla porta, è rientrato dalla finestra, come consulente della stessa Asl, grazie all’amministrazione Polverini. “Gravi disavanzi di gestione per gli esercizi finanziari 2003, 2004, 2005 – si legge nella delibera regionale che gli revocò il mandato – numerose violazioni dei principi di buon andamento dell’amministrazione, violazioni di legge ed ulteriori gravi motivi riconducibili al mancato rispetto degli indirizzi regionali in materia di contenimento dei costi”.

L’Asl Roma riunisce i municipi delle zone Prati, Aurelia, Monte Mario e Cassia Flaminia e quindi serve in tutto oltre mezzo milione di cittadini. La Polverini, dopo la cacciata di Condò, nominò come dirigente dell’azienda sanitaria Maria Sabia, ex direttore amministrativo della stessa azienda sanitaria. Tuttavia questa a sua volta nominò Condò suo consulente. Entrambi pochi mesi prima  (nel giugno 2010) erano stati condannati dalla Corte dei Conti del Lazio, insieme all’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci e ad altri, “al pagamento in parti uguali in favore dell’Asl RmE della somma di euro 229.260,47”, come dice la sentenza. Motivo? Un danno erariale causato da alcuni lavori di ristrutturazione dell’ospedale Santo Spirito di Roma, eseguiti in occasione del Giubileo, che non furono condotti a regola d’arte tanto da dover essere rifatti poco dopo.

Nella delibera che si pronunciava sulla decadenza di Condò, ci sono passaggi in cui vengono riportati giudizi della magistratura contabile. La Corte dei Conti ha infatti stabilito che la somma del bilancio di gestione, riferita all’esercizio 2005, evidenziava una differenza molto elevata tra quanto previsto in sede di budget ed i risultati effettivamente ottenuti. Inoltre “nel triennio 2003-2005 – si legge nella sentenza – la gestione aveva evidenziato un peggioramento del risultato economico pari al 62% ed un ulteriore depauperamento del patrimonio netto, già gravemente negativo, del 66%; aveva rilevato un aumento ingiustificato dei costi per l’acquisizione di beni e servizi (24%); rilevava irregolarità e carenze nelle procedure di contabilità”. Un curriculum che deve aver “ben impressionato” l’ex presidente della Regione Polverini.

Secondo la magistratura contabile, insomma, la gestione dell’Asl in quegli anni è stata non proprio regolare. E a quello stesso periodo (dal 2003 al 2005) si riferisce una denuncia dell’imprenditore Oreste Zambrelli, legale rappresentante della “Raphael srl Strutture Sanitarie e dell’Ospitalità” proprio ad alcuni dirigenti della Asl Roma E: gli stessi Condò e Sabia, ma anche il direttore del dipartimento salute mentale della Asl Gianfranco Palma e l’avvocato Guido De Santis, fino al 2005 consulente legale dell’Azienda sanitaria. La Raphael opera nel settore sanitario, in particolare nella riabilitazione psichiatrica. ”Nel solo periodo dal 29/04/2004 al 15/09/2005 – si legge in una relazione inviata alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica di Roma – lo sperpero di denaro pubblico nella sola struttura Raphael di Via Cassia in Roma ammonta a 2.960.000,00 euro”.

“Nonostante lo avessi denunciato a tutti i livelli istituzionali, sono stato costretto per anni – denuncia Zambrelli – ad operare nell’illegalità, senza la prescritta autorizzazione regionale all’apertura e all’esercizio della struttura socio sanitaria, per inadempienze della Asl RmE e della Regione Lazio. Per vari periodi la società Raphael è stata pagata pur non avendo pazienti che, come da contratto, dovevano essere inviati dalla Asl RmE. Inoltre la Asl ha stipulato una convenzione ‘vuoto per pieno’ con la Fondazione Mario Lugli Onlus, per una spesa annuale di 957.100 euro. In sostanza – spiega Zambrelli – la Asl RmE, pur dichiarando l’insufficienza numerica delle strutture psichiatriche alternative al ricovero ospedaliero, contemporaneamente, pur pagandole a vuoto, non le ha utilizzate per soddisfare le numerose richieste, in lista di attesa, delle persone con disagio mentale”. In sostanza, secondo il racconto dell’imprenditore, per 4 anni ha incassato i rimborsi dell’Asl, ma questa non è mai passata al gradino successivo promesso: l’autorizzazione regionale.

La Corte dei Conti però ha archiviato la denuncia di Zambrelli e anche una della Fials, Federazione italiana autonoma lavoratori sanità, per la stessa vicenda. “Non capisco come sia possibile. Il mio è un esempio emblematico – denuncia Zambrelli – proprio della gestione sconsiderata di Condò e dell’operato discutibile dell’azienda sanitaria che dirigeva. Operato condannato proprio dalla magistratura contabile che però ha archiviato la mia denuncia specifica su tale gestione, rifiutando di rendere note le motivazioni di tale decisione da me più volte richieste. Io potevo tranquillamente stare zitto e prendermi i soldi della Asl pur non avendo pazienti ma ho creduto fosse mio dovere denunciare la cosa. Il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, fa appelli per incentivare la collaborazione dei cittadini per agevolare l’operato della magistratura contabile ma, alla luce di quello che mi è successo, mi sembra che tale collaborazione non serva a nulla”. Mentre anche la Procura ha archiviato la denuncia di Zambrelli (che ha fatto ricorso), ormai la struttura che rappresenta è ferma da anni “con motivazioni pretestuose addotte dalla Asl e dalla Regione, con conseguenti danni ingentissimi di ogni genere. Ma sono ancora fermamente intenzionato a far valere i miei diritti”.

Fonte: il fattoquotidiano.it

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INTERPRETAZIONE DEI SOGNI: denti che cadono

Sognare denti che cadono, che vengono strappati, che traballano, che sanguinano, che fanno bella mostra di se’ è molto frequente. Sono sogni che preoccupano ed incuriosiscono i sognatori che, condizionati dall’interpretazione popolare, vi leggono un presagio di morte.

I denti nei sogni sono un simbolo molto comune: denti che cadono, che traballano, che sanguinano, che vengono strappati. Tutte immagini che provocano curiosità, ma più di tutto grande preoccupazione ed angoscia nei sognatori che, condizionati dall’interpretazione popolare, temono la morte di qualche persona cara.

 

I denti si usano per masticare, per mordere, per sorridere, per aggredire o esprimere rabbia. Durante violenti litigi vengono scoperti in un involontario ringhio retaggio dell’istinto animale. Sono legati alla forza ed all’aggressività, alla difesa, ma pure alla salute ed alla bellezza, alla giovinezza, al sex appeal…una bella bocca con denti perfetti aperta in un sorriso, è il primo segnale inviato in una relazione in cui ci sia interesse a farsi accettare e rendersi gradevoli.

 

Nel sesso, nell’ amore, mordere giocosamente o sensualmente ( ti magio di baci….ti divoro) è legato all’idea dell’assimilazione che è strettamente connessa al simbolo: assimilare il cibo, assimilare l’oggetto d’amore, fondersi. I denti allora diventano uno strumento di presa di possesso (mordere, afferrare strettamente con le fauci) che ha lo scopo di esaudire “il desiderio”, che sia di cibo o dell’oggetto d’amore.

 

In questa prospettiva denti che cadono nei sogni, vanno interpretati come un segnale di insicurezza e di “perdita”. Perdita delle proprie certezze, perdita di qualche relazione importante per il sognatore, paura di perdere qualcosa o qualcuno. Paura di perdere la propria prestanza fisica, di invecchiare, di non essere più “potente”, non abbastanza forte e vigoroso, non abbastanza appetibile e gradevole ecc… Sognare i denti che cadono può legarsi a anche al timore dell’impotenza fisica, alla perdita di virilità, di vitalità.

 

Sia Freud che Jung considerano il significato dei denti che cadono nei sogni, essenzialmente di natura sessuale e legato all’autoerotismo (strapparsi un dente), alla frustrazione per un rapporto intimo non soddisfacente, alla paura della castrazione o ad un desiderio di maternità non soddisfatto.

 

La tradizione popolare vuole che perdere i denti nei sogni, preannunci la morte di una persona vicina al sognatore …capita spesso che qualcuno mi scriva confessandomi le sue preoccupazioni al riguardo, e cerchi rassicurazione. Quest’idea, molto diffusa e radicata, ha origini antiche, infatti, sia la cultura egizia che Artemidoro di Daldi, attribuiscono alla caduta dei denti nei sogni una correlazione con la morte di un congiunto. E la posizione del dente darà indicazioni precise: gli incisivi indicheranno persone giovani, i premolari persone di mezz’età ed i molari gli anziani; l’arcata superiore si riferirà a personaggi importanti (per il sognatore) e quella inferiore a persone meno care o meno vicine.

 

Sognare denti sani e splendenti o, al contrario, sognare denti caduti, ammalati, anneriti, cariati è molto frequente. Queste sono da considerarsi le immagini più “sognate” nel vasto repertorio onirico delle popolazioni occidentali, immagini che, unite alle emozioni ed ai sentimenti correlati: ansia o paura, rabbia o desiderio, sollievo e liberazione, forniranno preziose indicazioni per un’analisi pertinente.

Di  M. Mazzavillani

Fonte: guide.supereva.it

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GLI EUROBOND che fecero l’Unità d’Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania

 

 

Gli eurobond che fecero l’unità d’Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania (Corbis)

Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall’agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l’unico precedente assimilabile agli Eurobond: l’unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d’Italia.

 

Nella storia dello stato moderno è l’esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all’Unione europea, anche attraverso l’integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell’euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis – come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all’unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l’Italia di allora, l’Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa.

Grazie al fatto che anche dopo l’unificazione i titoli del Regno d’Italia conservarono fino al 1876 l’indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come “Italy-Neapolitean”) la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873.

 

Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l’unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio.

 

La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l’Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%).

Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l’Italia quello che oggi la Germania è per l’Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d’Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un’agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali.

 

Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un “risk premium” comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l’anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in “Regno d’Italia” si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli “Italy – Neapolitean” 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l’annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l’Unità era ormai irreversibile. L”Italia” non era più una mera “espressione geografica”, come l’aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d’indipendenza e più di vent’anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L’integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l’integrazione politica, come sarebbe oggi per l’Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l’Europa piuttosto che risolverla.

 

Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell’eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l’Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l’euro? Per l’Italia ci volle all’incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un’annessione anche militare e quella europea è un’integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell’800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un’Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po’ più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la “veduta corta” che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

di Giuseppe Chiellino

Fonte: http://www.ilsole24ore.com

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