Secondo Banfield i calabresi soffrono di FAMILISMO AMORALE. Ma è proprio vero?

Ora, fermiamoci un attimo e prendiamo fiato. Sto recensendo il libro del “familismo amorale” con un po’ di supponenza forse o con un tono vagamente canzonatorio. Il prof. Banfield non se lo merita. Apprendiamo, infatti, dall’introduzione di Arnaldo Bagnasco (che, per fortuna, si dichiara anch’egli contrario alle tesi di Banfield) che l’autore ebbe, sia pure tra contrasti ed invidie, una brillante carriera accademica in patria, in parte propiziata anche dalla fama che gli procurò il libro sui poveri contadini di Chiaromonte: fu professore emerito ad Harvard e consulente sia del presidente Nixon che di Regan; dopo di lui altri due noti studiosi, autori di opere fortunate, Robert Putnam (1993) e Francis Fukuyama (1995), lo avranno come punto di riferimento per le loro, piuttosto semplicistiche ma ugualmente fortunate indagini sull’Italia. Bagnasco però ci informa opportunamente che Banfield non era sceso a caso a Chiaromonte: all’epoca il governo americano invogliava studi di questo genere sull’Italia, considerato un paese di confine e politicamente a rischio. Esattamente come – aggiungo io, incoraggia oggi studi nei paesi più a rischio dello scacchiere internazionale al fine di stabilire le sue strategie egemoniche e/o difensive. Banfield, con buona probabilità, scelse un piccolo paese contadino del Sud perché l’idea del familismo amorale se l’era già bella e precostituita e ne cercava solo la conferma. E, in più, questo lavoro, come anche quello di Putnam, soggiuge Bagnasco, sembrano confezionati per guardare all’America (modello di cooperazione da salvaguardare da ingerenze esterne o da influenze interne) ma dall’Italia, denunciando i rischi della perdita di capacità cooperativa degli U.S.A. dove, per usare un’immagine fortunata di Putnam, oramai gli individui giocano a bowling da soli. Bagnasco chiosa: “Aprendo una parentesi: possiamo dire che siamo stufi di essere usati in questo modo poco cooperativo, in lavori che corrono per il mondo?”Ma torniamo alla tesi fondamentale di Banfield: a Montegrano impera il familismo amorale e per questo il paese non potrà mai progredire. Naturalmente l’affermazione è suffragata dai risultati della ricerca. Attenzione: Banfield cita Carlo Levi dal noto “Cristo si è fermato ad Eboli”, ma o finge di non aver capito le tesi (per altro letterariamente esposte) di Levi, o davvero non le ha capite. Il brano in cui Levi spiega perché i contadini poveri della Basilicata non si consideravano cristiani, cioè uomini, ma solo degli esclusi dal consesso civile, gente senza diritti, senza possibilità di riscatto e perciò ostile allo Stato che nulla faceva per loro, viene, infatti inserito in un certo contesto e neppure commentato.

 

Ma, a parte i risultati diciamo psicologici della T.A.T. (dai quali emergerebbe prepotentemente l’ethos del familismo amorale), è lo stesso Banfield a spiegare, inconsapevolmente perché quel familismo non era affatto “amorale” (ossia frutto di una scelta deliberata tra due opzioni entrambe disponibili: l’egoismo familistico o l’altruismo). Vediamo qualche esempio: “Montegrano è fra i paesi più poveri del mondo occidentale”. “Montegrano è un paese isolato”. “Circa la metà dei braccianti di Montegrano sono nullatenenti”. Ecco la dieta giornaliera di un contadino tipo: “consuma il suo primo pasto la mattina verso le nove, dopo due o tre ore di lavoro: un pezzo di pane e una manciata di fichi e pomodori. Lo stesso dicasi a mezzogiorno. La cena verso le otto o le nove è il solo pasto per il quale la famiglia si riunisce: è costituita da pane, una minestra di fagioli freschi o secchi, un morso di salame o salsiccia se ne rimane e frutta fresca o secca”. Sono “frequenti le malattie croniche: molti raggiungono la tarda età senza essersi mai sentiti bene.” Il medico condotto sostiene “che ogni anno almeno cinquanta dei suoi pazienti vengono da lui ammalati solo di fame”. “Incombe costantemente la minaccia di improvvisi rovesci, che il loro bilancio normale non consente di affrontare: un incidente o una malattia del capofamiglia, la grandine che distrugga il raccolto, la morte dell’asino o del maiale”. “La sola speranza nella famiglia colpita è a questo punto la carità di parenti, amici, vicini di casa. Anche costoro sono povera gente, e non sono tenuti ad assumersi la responsabilità degli altri. Così naturalmente, coloro che devono ricorrere a questi aiuti cadono nel più basso tenore di vita possibile”.

 

“La malinconia [oggi diremmo depressione cronica, n.d.r.] è in parte causata dalle preoccupazioni. Egli non ha denaro da parte ed è sempre angustiato da ciò che potrebbe succedere. Quelli che per molti possono essere contrattempi, sono per lui sventure. Quando il maiale restò strangolato dalla corda che lo legava, un contadino e sua moglie ebbero una crisi di vera disperazione: la moglie si strappava i capelli e batteva la testa contro un muro, mentre il marito sedeva sgomento senza parole […]. Disgrazie di questo genere possono venire da un momento all’altro: un’alluvione può travolgere il campo, la grandine distruggere il raccolto, una malattia colpire la famiglia. Essere contadino significa starsene indifeso di fronte a questi accidenti”. Non vado oltre su questo piano. E tuttavia voglio trascrivere l’affermazione di Banfield che sta verso la fine del capitolo da cui ho tratto i brani precedenti. E’ emblematica della consequenzialità a dir poco inintelligibile dei ragionamenti dello studioso: “I contadini si lagnano spesso della mancanza di distrazioni [quali? n.d.r.] e ne parlano come se questo fatto pesasse loro quanto il lavoro pesante o la fame. Vista sotto il suo aspetto reale questa lagnanza è ridicola. Se si esclude la stagione della semina e quella del raccolto [ma davvero Banfield crede che salvo questi due periodi dell’anno i contadini non fanno nulla d’altro?], i contadini avrebbero tutto il tempo disponibile per divertirsi a loro piacere. Che impedisce loro di cantare e ballare? Di giocare a carte? O di raccontare storie?”. Ma se ha appena detto che sono tutti depressi e che non sanno se il giorno successivo avranno di che sfamare se stessi e la loro famiglia?

 

E veniamo all’enunciazione letterale della tesi dell’autore: “L’ipotesi che i montegranesi agiscono come se seguissero questa regola generale: massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportano allo stesso modo. Chiameremo familista amorale chi agisce in base a questa regola”. Non ricorrerò ai molti studiosi che hanno contraddetto Banfield (interessante, a tal proposito, l’introduzione di Bagnasco già citata; ineccepibile la confutazione che fece il meridionalista piemontese Giuseppe Isnardi poco dopo l’uscita del libro, essendo anche lui sul campo da molti anni per scopi filantropici; utile anche quanto sostiene Fortunata Piselli nel suo saggio “Parentela, clientela e comunità”).

 

Concluderò, invece, lasciando che Banfiel contraddica se stesso attraverso una delle tante affermazioni contenute nel libro, nella quali ammette, candidamente, che in una comunità dove la maggioranza della gente deve preoccuparsi innanzitutto di trovare giornalmente il cibo (ossia l’essenziale) per la sua famiglia nucleare, il familismo – ammesso e non concesso che esista come sostiene lui – non è affatto “amorale” (ossia frutto di una scelta etica negativa deliberata) perché quella stessa gente non ha la possibilità di scegliere di non essere familista. Ecco, in conclusione, ancora Banfield contro Banfield: “Nel tragico universo di Montegrano, le condizioni di vita – le brutali, assurde condizioni di vita – determinano il comportamento degli uomini. In un mondo così oppresso dalla paura dell’avvenire, dovere dei genitori è di fare ciò che sia possibile per proteggere la famiglia e preoccuparsi esclusivamente del suo interesse”.

Francesco Bevilacqua

 

 

 

Il libro di cui si parla:

Edward C. Banfield

“Le basi morali di una società arretrata”

Il Mulino –  Bologna 2010   –  € 12,00

 

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